Posts Tagged ‘Università’

  1. Scusa, ma è ora di cercarti un lavoro serio.

    marzo 9, 2010 by La Vyrtuosa

    Federico Moccia contestato e definito l’anti-letteratura all’Università La Sapienza di Roma.

    “Lei è conscio della tradizione italiana sia dal punto di vista della letteratura che della cinematografia? Io credo che lei svaluti ampiamente entrambi. Credo difficilmente parte della mia generazione possa sentirsi rappresentata da quello che lei scrive. Per me è particolare che lei possa parlare ad una platea universitaria di libri che sono scritti in un non-stile”.


  2. Post adolescenza: ora iniziano i problemi (ma avranno mai fine?)

    ottobre 12, 2008 by La Vyrtuosa

    E’ meglio l’adolescenza o la post adolescenza? Era il dilemma posto da Catepol qualche giorno fa, tempestivamente risolto tramite Twitter. Lei è giunta alla conclusione che è meglio l’adolescenza. Io sono andata in crisi. Sì, perchè ogni volta che penso alla mia condizione di ventiduenne (d’accordo, sono più vicina ai 23, ma mancano ancora 2 mesi!) mi domando: cosa sono? In quale categoria generazionale devo infilarmi? Perchè non riesco a impormi uno stile di vita adeguato a una fascia d’età? Beh, la risposta è arrivata. E non è minimamente simile a quella di Catepol. La post adolescenza è terribile, è un limbo, una via di mezzo, siamo un po’ tra color che son sospesi (come direbbe il buon Dante Alighieri): insomma, nè carne nè pesce. Non puoi fare le cazzate da sedicenne perchè poi ti danno dell’ “infantile”, ma comportarti troppo da adulto risulta estremamente impegnativo e rischierebbe di tagliarti fuori dai giochi (qualsiasi). Se fai l’università, ti senti un po’ come a scuola, tra libri, esami e professori sadici. Se sei già entrato nel mondo del lavoro, continui a ostinarti a voler vivere ancora le emozioni date dai banchi di scuola. Solo che, paradossalmente, quando eravamo al liceo, non vedevamo l’ora di entrare nel mondo degli adulti, di avere 18 anni, la patente e andare fuori di casa. Io fuori di casa ci sono già. E sto bene, tanto. Ma rimpiango il mio essere più propensa alla scelte che il destino mi aveva riservato, senza porsi troppi problemi nel chiedermi perchè, per come e per quando. Cioè, qualsiasi cosa succedesse: sti cazzi.

    Ora no, perchè avere 22 anni (ok, quasi 23… lasciatemi godere gli ultimi mesi di gioventù :D ), vivere sola, frequentare l’ultimo anno di università (cioè il quinto, cioè proprio l’ultimo, cioè dopo anch’io sarò una disoccupata!), badare a me stessa, intrattenere rapporti semi-lavorativi, mi  obbliga inevitabilmente a un comportamento più responsabile. Che, per carità, non può che farmi piacere. Però troppe dinamiche sono ancora confuse: se indosso una felpa e le nike con gli strappi (chiamate “simpaticamente” Lelly Kelly) mi scambiano per una liceale, se mi tiro con tacco 10, trucco e parrucco da gara, ecco che mi appioppano almeno (e dico almeno) 25-26 anni!! E sono problemi, questi. Mandano in tilt la mia identità.

    Quando poi passi una serata al pub con gli amici e come vicini di tavolo ti ritrovi degli ultra trentenni che appena notano una che lancia loro occhiate furtive, una che apprezza la barbetta incolta dell’over 30 e una che se la ride, godendosi la scena, iniziano a buttare sguardi compromettenti, sorrisetti ammiccanti,  stiracchiamenti vari per avvicinarsi,  a urlare che “io con i miei 27 anni” (seeee, bello non siamo mica nate ieri!!), a giocare con la fede, facendo finta di toglierla, allora ti chiedi “ma cosa c’è che non va?”. Sei un adulto, sposato per di più, e perdi il tuo tempo a fare il giovincello con tre ragazzine? E non è per quello che ha tentato di fare, quanto che a casa aveva una moglie che lo aspettava. O magari era anche lei in un locale a sbattere le sue lunghe ciglia davanti al giovincello di turno. Io so solo che mi sono sentita inadeguata. Oggi avere 22anni (e non rompete le palle, i 23 arriveranno!) significa essere un soggetto non definibile, ancora da scoprire, work in progress. Non so se mi sta bene. Io voglio la mia autonomia, che non è solo quella economica, ma anche quella di sentirmi parte di un contesto sociale. Quindi, o si ritorna ai cari 15 anni, dove era tutto un mix di umori e malumori e dove tutti ti scusavano proprio per il fatto stesso che “è l’età”, oppure ibernatemi e risvegliatemi tra un po’ di anni, quando anch’io potrò avere il mio posticino nella società. Le crisi adolescenziali, in confronto, erano momenti di “piacevole” caos esistenziale.

    Comunque, l’altra sera io e i miei amici abbiamo tirato fino alle 2. I tre over 30 prima di mezzanotte si sono alzati e hanno chiuso i battenti. Forse, a pensarci bene, sono loro ad avere la peggio.


  3. Il neorealismo passa anche dall’università

    settembre 30, 2008 by La Vyrtuosa

    Si richiede merito, autonomia e valutazione: in una parola, MAV. Ancora non è del tutto chiaro come verrà applicato. Stiamo parlando di università e qui pensano al solito giochetto di parole con acronimi e slogan, un po’ sulla scia delle tre “i”, inglese-impresa-informatica, che hanno contraddistinto la riforma Moratti e che, in realtà, continuano a essere punto di forza del governo Berlusconi. Nonostante il suo continuo disinteresse nell’ambito dell’istruzione. Appunto per questo si riduce tutto a poche parole, i fatti parlano già da soli. Non sappiamo parlare in italiano, figuriamoci in inglese; il computer è già tanto averlo in casa e lasciare che i ragazzini “smanettino” per conto proprio (altro che apprenderla durante le ore scolastiche, ormai i tredicenni potrebbero gestire Microsoft per quanto sono abili con software e hardware); impresa non mi è mai stato chiaro: forse nel senso che è un’impresa gestire il mondo dell’istruzione dei giorni nostri.

    Comunque più che di scuola in generale, vorrei parlare proprio di università, l’istituzione con la quale ho stretti rapporti da circa 4 anni e che tra un annetto sarà solo un dolce (e per certi versi triste) ricordo. Ne ho viste di tutti i tipi: studenti furbi nei confronti dei loro compagni e docenti altrettanto scaltri verso noi ragazzi e verso tutto il mondo accademico, che glielo permette in tutta tranquillità. E’ l’articolo di Gian Antonio Stella a farmi riflettere: noi studenti cerchiamo (parlo al plurale perchè faccio parte di questo sistema, ma ci tengo a dire che non ho mai tentato scorciatoie di alcun tipo) di aggirare le regole, ma i professori si nascondono dietro il loro lavoro ottenuto per “grazia divina” più che per merito. Li cerchi durante l’orario di ricevimento e si defilano senza troppe parole, telefoni per avere spiegazioni, ma sono sempre troppo occupati e poi  ”venga a parlarne di persona”. E certo, quando, vengo ti trovo al telefono o a chiacchierare con altri colleghi “illustrissimi”, la prossima volta verrò direttamente nella sua umile dimora. Mandi le e-mail, ma loro non rispondono e, se lo fanno, solo con una decina di giorni di ritardo. E si nascondono dietro al dito che “siamo sempre a lavoro, facciamo ricerca!”. Sì, ricerca. IO faccio ricerca ogni volta che devo contattarvi, peggio di una caccia al tesoro. So di generalizzare e mi sembra doveroso ammettere la presenza di ottimi professori, ma molti, purtroppo, dovrebbero lasciare il posto a gente che merita la cattedra in questione.

    Tornando all’articolo, leggo senza troppo stupore di una docente dell’Università di Bari, Fabrizia Lapecorella, che aveva “zero pubblicazioni nelle quattro categorie delle 160 riviste più importanti del mondo, zero nelle prime venti riviste italiane, zero in tutte le altre, zero libri firmati come autore, zero libri come curatrice, zero libri come collaboratrice. E ovviamente zero citazioni fatte dei suoi lavori: come potevano citarla altri studiosi, se non risulta aver mai scritto una riga?”.  Insomma, la solita storia della meritocrazia mancata. Senza dimenticare gli intrecci familiari presenti in tutte le sedi universitarie, a partire dal preside di Medicina a Roma, Luigi Frati, che vince la solitudine “avendo al fianco come docenti la moglie Luciana, il figlio Giacomo, la figlia Paola. Un uomo tutto casa e facoltà. Che probabilmente diventerà rettore della Sapienza”.

    E, poi, mia madre mi invita a prendere in considerazione un eventuale futuro nel mondo accademico. A questo punto, preferisco proseguire la strada del giornalismo.