E’ meglio l’adolescenza o la post adolescenza? Era il dilemma posto da Catepol qualche giorno fa, tempestivamente risolto tramite Twitter. Lei è giunta alla conclusione che è meglio l’adolescenza. Io sono andata in crisi. Sì, perchè ogni volta che penso alla mia condizione di ventiduenne (d’accordo, sono più vicina ai 23, ma mancano ancora 2 mesi!) mi domando: cosa sono? In quale categoria generazionale devo infilarmi? Perchè non riesco a impormi uno stile di vita adeguato a una fascia d’età? Beh, la risposta è arrivata. E non è minimamente simile a quella di Catepol. La post adolescenza è terribile, è un limbo, una via di mezzo, siamo un po’ tra color che son sospesi (come direbbe il buon Dante Alighieri): insomma, nè carne nè pesce. Non puoi fare le cazzate da sedicenne perchè poi ti danno dell’ “infantile”, ma comportarti troppo da adulto risulta estremamente impegnativo e rischierebbe di tagliarti fuori dai giochi (qualsiasi). Se fai l’università, ti senti un po’ come a scuola, tra libri, esami e professori sadici. Se sei già entrato nel mondo del lavoro, continui a ostinarti a voler vivere ancora le emozioni date dai banchi di scuola. Solo che, paradossalmente, quando eravamo al liceo, non vedevamo l’ora di entrare nel mondo degli adulti, di avere 18 anni, la patente e andare fuori di casa. Io fuori di casa ci sono già. E sto bene, tanto. Ma rimpiango il mio essere più propensa alla scelte che il destino mi aveva riservato, senza porsi troppi problemi nel chiedermi perchè, per come e per quando. Cioè, qualsiasi cosa succedesse: sti cazzi.

Ora no, perchè avere 22 anni (ok, quasi 23… lasciatemi godere gli ultimi mesi di gioventù
), vivere sola, frequentare l’ultimo anno di università (cioè il quinto, cioè proprio l’ultimo, cioè dopo anch’io sarò una disoccupata!), badare a me stessa, intrattenere rapporti semi-lavorativi, mi obbliga inevitabilmente a un comportamento più responsabile. Che, per carità, non può che farmi piacere. Però troppe dinamiche sono ancora confuse: se indosso una felpa e le nike con gli strappi (chiamate “simpaticamente” Lelly Kelly) mi scambiano per una liceale, se mi tiro con tacco 10, trucco e parrucco da gara, ecco che mi appioppano almeno (e dico almeno) 25-26 anni!! E sono problemi, questi. Mandano in tilt la mia identità.
Quando poi passi una serata al pub con gli amici e come vicini di tavolo ti ritrovi degli ultra trentenni che appena notano una che lancia loro occhiate furtive, una che apprezza la barbetta incolta dell’over 30 e una che se la ride, godendosi la scena, iniziano a buttare sguardi compromettenti, sorrisetti ammiccanti, stiracchiamenti vari per avvicinarsi, a urlare che “io con i miei 27 anni” (seeee, bello non siamo mica nate ieri!!), a giocare con la fede, facendo finta di toglierla, allora ti chiedi “ma cosa c’è che non va?”. Sei un adulto, sposato per di più, e perdi il tuo tempo a fare il giovincello con tre ragazzine? E non è per quello che ha tentato di fare, quanto che a casa aveva una moglie che lo aspettava. O magari era anche lei in un locale a sbattere le sue lunghe ciglia davanti al giovincello di turno. Io so solo che mi sono sentita inadeguata. Oggi avere 22anni (e non rompete le palle, i 23 arriveranno!) significa essere un soggetto non definibile, ancora da scoprire, work in progress. Non so se mi sta bene. Io voglio la mia autonomia, che non è solo quella economica, ma anche quella di sentirmi parte di un contesto sociale. Quindi, o si ritorna ai cari 15 anni, dove era tutto un mix di umori e malumori e dove tutti ti scusavano proprio per il fatto stesso che “è l’età”, oppure ibernatemi e risvegliatemi tra un po’ di anni, quando anch’io potrò avere il mio posticino nella società. Le crisi adolescenziali, in confronto, erano momenti di “piacevole” caos esistenziale.
Comunque, l’altra sera io e i miei amici abbiamo tirato fino alle 2. I tre over 30 prima di mezzanotte si sono alzati e hanno chiuso i battenti. Forse, a pensarci bene, sono loro ad avere la peggio.