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Brunetta minaccia le dimissioni: manterrà la promessa?

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Che l’abbia detto giusto per dare un po’ di aria alla bocca è senza dubbio. Lui, l’uomo degli annunci, ha puntato i piedi a terra (ovviamente non da seduto, dato che non tocca il pavimento neanche con l’unghia del mignolo) e ha “minacciato” dimissioni certe se il suo decreto per la riforma della Pubblica Amministrazione non sarà approvato entro 60 giorni senza alcuna modifica. Inizia, quindi, la crociata di Brunetta soprattutto contro i sindacati che si oppongono all’arbitrarietà  con la quale il ministro ha presentato la riforma senza aver ternuto conto di un loro parere.

Le nuove parole imparate da Brunetta sono “meritocrazia” e “produttività“: per questo vorrebbe introdurre il cosiddetto “Salario accessorio”, attraverso il quale lo stipendio sarà legato ai risultati ottenuti sul lavoro. Lo scopo è quello di favorire l’impegno del personale e ottenere più efficienza.  Per decidere a chi assegnare “l’ambito premio ” verrà stilata una graduatoria: il 25% dei dipendenti che si trovano ai primi posti della classifica riceverà un salario raddoppiato, il 50% della fascia centrale avrà il premio dimezzato e il restante 25% non avrà niente. Insomma, ci saranno i primi della classe, quelli che hanno le capacità ma che non si impegnano abbastanza e gli incompetenti fannulloni. Manca solo il voto in condotta e poi potrete finalmente smetterla di rimpiangere gli spensierati anni del liceo.

A me sembra un modo per regalare soldi a chi poi, in realtà, non li merita (i favoritismi sono sempre in agguato) e gli avanzamenti di carriera potranno essere solo per pochi (ma non si sa se anche buoni). Alla fine non  è che cambi molto nella sostanza: il clientelismo c’è da secoli ormai, questa riforma è solo un incentivo in più per metterlo in atto e creare ulteriori differenze e rivalità sui posti di lavoro.

Inoltre, la formulazione delle classifiche verrà affidata ad apposite commissioni e sarà istituita un’Autorità indipendente per la valutazione, la quale ci costerà la bellezza di  4 milioni di euro ogni anno, mentre i suoi cinque membri nominati da governo e Parlamento riceveranno uno stipendio annuale di 300 mila euro. Evidentemente questi membri fanno già parte del 25% di eccellenze con lode. Bravi, mamma e papà ora vi regaleranno il cellulare nuovo e una vacanza a Ibiza con gli amici.

I primi classificati, poi, potranno partecipare anche alle selezioni a livello nazionale per ottenere un ulteriore premio. Preparate le fasce, le corone e gli scettri. La conduzione verrà affidata ovviamente all’immancabile Carlo Conti.

Renato Brunetta: per te Miss Italia finisce qui.


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05 2009

Il neorealismo passa anche dall’università

Si richiede merito, autonomia e valutazione: in una parola, MAV. Ancora non è del tutto chiaro come verrà applicato. Stiamo parlando di università e qui pensano al solito giochetto di parole con acronimi e slogan, un po’ sulla scia delle tre “i”, inglese-impresa-informatica, che hanno contraddistinto la riforma Moratti e che, in realtà, continuano a essere punto di forza del governo Berlusconi. Nonostante il suo continuo disinteresse nell’ambito dell’istruzione. Appunto per questo si riduce tutto a poche parole, i fatti parlano già da soli. Non sappiamo parlare in italiano, figuriamoci in inglese; il computer è già tanto averlo in casa e lasciare che i ragazzini “smanettino” per conto proprio (altro che apprenderla durante le ore scolastiche, ormai i tredicenni potrebbero gestire Microsoft per quanto sono abili con software e hardware); impresa non mi è mai stato chiaro: forse nel senso che è un’impresa gestire il mondo dell’istruzione dei giorni nostri.

Comunque più che di scuola in generale, vorrei parlare proprio di università, l’istituzione con la quale ho stretti rapporti da circa 4 anni e che tra un annetto sarà solo un dolce (e per certi versi triste) ricordo. Ne ho viste di tutti i tipi: studenti furbi nei confronti dei loro compagni e docenti altrettanto scaltri verso noi ragazzi e verso tutto il mondo accademico, che glielo permette in tutta tranquillità. E’ l’articolo di Gian Antonio Stella a farmi riflettere: noi studenti cerchiamo (parlo al plurale perchè faccio parte di questo sistema, ma ci tengo a dire che non ho mai tentato scorciatoie di alcun tipo) di aggirare le regole, ma i professori si nascondono dietro il loro lavoro ottenuto per “grazia divina” più che per merito. Li cerchi durante l’orario di ricevimento e si defilano senza troppe parole, telefoni per avere spiegazioni, ma sono sempre troppo occupati e poi  ”venga a parlarne di persona”. E certo, quando, vengo ti trovo al telefono o a chiacchierare con altri colleghi “illustrissimi”, la prossima volta verrò direttamente nella sua umile dimora. Mandi le e-mail, ma loro non rispondono e, se lo fanno, solo con una decina di giorni di ritardo. E si nascondono dietro al dito che “siamo sempre a lavoro, facciamo ricerca!”. Sì, ricerca. IO faccio ricerca ogni volta che devo contattarvi, peggio di una caccia al tesoro. So di generalizzare e mi sembra doveroso ammettere la presenza di ottimi professori, ma molti, purtroppo, dovrebbero lasciare il posto a gente che merita la cattedra in questione.

Tornando all’articolo, leggo senza troppo stupore di una docente dell’Università di Bari, Fabrizia Lapecorella, che aveva “zero pubblicazioni nelle quattro categorie delle 160 riviste più importanti del mondo, zero nelle prime venti riviste italiane, zero in tutte le altre, zero libri firmati come autore, zero libri come curatrice, zero libri come collaboratrice. E ovviamente zero citazioni fatte dei suoi lavori: come potevano citarla altri studiosi, se non risulta aver mai scritto una riga?”.  Insomma, la solita storia della meritocrazia mancata. Senza dimenticare gli intrecci familiari presenti in tutte le sedi universitarie, a partire dal preside di Medicina a Roma, Luigi Frati, che vince la solitudine “avendo al fianco come docenti la moglie Luciana, il figlio Giacomo, la figlia Paola. Un uomo tutto casa e facoltà. Che probabilmente diventerà rettore della Sapienza”.

E, poi, mia madre mi invita a prendere in considerazione un eventuale futuro nel mondo accademico. A questo punto, preferisco proseguire la strada del giornalismo.