
“Noto che questo sito, oltre che da persone deliziose (la gran maggioranza), è popolato da imbecilli che mi chiedono amicizia e si stizziscono quando mi prendo la seccatura di scrivergli per chiederne garbatamente ragione, cosa che fra l’altro mi fa perdere un sacco di tempo; nonché di anime sconsolate che avendo pubblicato un racconto nell’antologia condominiale mi si rivolgono usando espressioni stravaganti come ‘un po’ siamo colleghi’ o ‘anch’io mi interesso di letteratura’ “.
Questo è il pensiero di Raul Montanari sul mondo di Facebook, sottolineato in una semplice nota all’interno del social. Si è aperto un dibattito che ha fatto emergere due discussioni interessanti:
- Bisogna diventare “amici” di tutti su Facebook? Ci sono delle regole da seguire per l’inserimento di “sconosciuti” (nonostante siano attori/giornalisti/scrittori/…)?
- Si può ritenere collega di un “big”, uno che magari sta facendo ancora gavetta?
Per quanto riguarda il primo punto, ammetto che per qualcuno potrebbe risultare al quanto irritante essere aggiunto tra gli “amici” da emeriti estranei, soprattutto poi, quando la richiesta non viene accompagnata da un messaggio di presentazione o di chiarimento circa il contatto. Ma è il prezzo da pagare quando ci si iscrive a un social network, cioè una rete di persone connesse tra loro da diversi legami sociali, che vanno dalla conoscenza casuale, ai rapporti di lavoro, ai vincoli familiari, con l’obiettivo di allargare la cerchia di contatti con gli amici degli amici e così via, fino a comprendere idealmente tutta la popolazione del mondo (secondo la teoria dei sei gradi di separazione). Ma questo non significa comportarsi come se tutti fossimo amici. Cioè, se richiedo l’amicizia di qualcuno che non mi conosce, è ovvio che debba aspettarmi un messaggio con su scritto “Chi sei? Perchè mi hai aggiunto?”, anche perchè sono io stessa la prima a fare queste domande dopo le richieste di sconosciuti. E non credo che rispondere seccati sia sintomo di buon senso. Fatto sta che Facebook ha un importantissimo valore di socializzazione e permette di stringere rapporti con persone che mai nella vita reale si avrebbe avuto l’opportunità di incontrare. Tralasciando il contorno di test, applicazioni e gruppi demenziali, questo social ha il potere di mettere in contatto milioni di persone tra di loro inserendo semplicemente nome e cognome. E’ diventato una moda e come tutte le mode rischia di essere superato da qualcosa di più innovativo o da qualcosa di completamente diverso, ma resta comunque uno spazio aperto che evidenzia quanto il web si stia evolvendo.

Sul punto due, sono pienamente d’accordo con lo scrittore italiano, che non vede di buon occhio chi si fregia di “titoli” senza alcuno ritegno. Insomma, come potrei io andare in giro a dire “Sono collega di Eugenio Scalfari”, solo perchè ho scritto su repubblica parma??? Non mi permetterei mai, sia per un motivo di rispetto per il lavoro di una persona che ha dedicato una vita intera al giornalismo, sia perchè per me è un modello da seguire per migliorare nel mio obiettivo. Forse, un giorno, potrò al massimo sostenere di svolgere il suo stesso lavoro. Ma non mi sentirei mai collega di un giornalista importante, che ha rivoluzionato il modo di scrivere e di proporre le notizie. E non si tratta solo di umiltà, qui si tratta di buon senso: bisogna riconoscere i giusti meriti.
Insomma, essere consapevoli del mezzo e delle sue “regole” (che, poi, sono quelle che bisognerebbe seguire anche nella real life) per una migliore offerta del contenuto, sia esso un testo, un messaggio, un link o una richiesta di amicizia. E, soprattutto, non credere che il solo appartenere a Facebook possa aprire le porte a tutti. Anche qui c’è una certa selezione (non naturale, ma personale), che spesso viene scambiata per snobismo. A volte è così, ma a volte siamo noi a dare per scontata la volontà del “vip” di turno nell’approvare una nostra richiesta di amicizia.
E allora è meglio limitarsi a “mandare il drink al migliore amico”.