1. Piccoli grandi amori alla Milano Fashion Week

    luglio 4, 2014 by La Vyrtuosa

    Immaginate i giorni della Milano Fashion Week. Immaginate che sia la settimana della Moda Uomo. Immaginate di vivere e lavorare in via Tortona. Anche se non vi è mai importato nulla di stili e tendenze e non sapete pronunciare la parola “clutch”, sappiate che trovarsi nella via degli showroom per eccellenza, vi farà cambiare idea molto velocemente. Premetto subito che in fatto di moda sono credente, ma non praticante. O, comunque, praticante a modo mio, grazie al supporto di Mrs. Zara e Mr. H&M. Quando si parla di vestiti, scarpe, borse, accessori, io non capisco più niente, vado in trance, quella vera, che Paul van Dyk non riuscirebbe a farmi raggiungere neanche con un raddoppio dei bpm. Vivere da vicino la Fashion Week mi ha permesso di conoscere più approfonditamente alcuni brand, i loro lavori, le scelte artistiche, perché in fondo di questo si tratta, di arte. Ed è stato bello scoprire nuovi stilisti e designer con un’impronta originale e riconoscibile già dalla prima sfilata.

    Ho avuto la fortuna di godermi questa Fashion Week già qualche giorno prima dello start ufficiale, quando ho iniziato a notare lungo la via un certo movimento di giovani alti, belli e dalle sopracciglia depilate meglio delle mie. Tutti con la sigaretta tra i denti e i book sotto il braccio, alla ricerca della felicità. Tutti provenienti da ogni parte del mondo, Stati Uniti, Germania, Francia, Grecia, per poi approdare su quella spiaggia fatta di passerelle e giochi di luci, che probabilmente i filtri di instagram non sarebbero in grado di riprodurre. Sono stati giorni di sfilate, party e metro piene di modelli. Ho visto l’uomo classico, l’uomo sportivo, l’uomo intellettuale, poi ho visto semplicemente l’uomo figo passare proprio sotto casa mia, con la sua maglietta sdrucita e i jeans vissuti di una vita pari a tre giorni, grazie ai lavaggi chimici.

    In una settimana mi sarò innamorata almeno 70 volte, lasciando soprattutto un pezzo di cuore alla sfilata di LAIFEI (minuto 2). Anzi, ne approfitto per chiedere la lista dei nomi dei modelli e gli eventuali profili sui social, perché anche le mie doti di stalker hanno un limite. Oppure organizzate una Fashion Week per le mezze stagioni – che esistono ancora, basta creare inutili allarmismi di mutamenti climatici, guarda il set di maglioncini di cotone e giacche di pelle sempre pronti a salvarti -, così non devo aspettare mesi e mesi prima di rivedere il mio Principe Azzurro Pantone 0821 U.

    Laifei_Milano Fashion Week

    Sfilata di LAIFEI: prendete e godetene tutti.

    Per l’occasione, il mio futuro marito si è messo nei panni del macadam hippy, di quell’uomo che «ama farsi notare, che gira il mondo, ma che non vuole per questo rinunciare ai suoi look», come spiega lo stilista Mario Dice. A parte che ho dovuto googlare macadam, ma occhei, ci tengo a tranquillizzare Principe Azzurro, dicendogli che può girare il mondo quanto vuole e ricordandogli che le coordinate del mondo sono esattamente tra Porta Genova e via Tortona. La geografia prima di tutto.

    I colpi di fulmini non sono finiti qui, perché non è bene porsi limiti quando si ha una certa predisposizione d’animo del tipo Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d’umiltà vestuta. Insomma, quando una è presa bene, senza scomodare troppo Dante. Io mi sono presa una sbandata per l’intero fashion show di Philipp Plein, fatto di fuochi d’artificio, di Theophilus London che fa il cattivo del Bronx sospeso per aria, del djset di Marcelo Burlon con musica un po’ elettronica e un po’ tanto hip hop, di pioggia di squali gonfiabili, palloni e coriandoli. Un party a metà tra la festa delle medie (di quello ricco e figo) e il Capodanno più divertente degli ultimi cinque anni.

    Philipp Plein_Milano Fashion Show

    Philipp Plein voleva augurarvi buon anno in anticipo. E io con lui.

    Mi sono innamorata della nuova collezione di The Bridge, che insieme a Pininfarina ha realizzato una linea di accessori ispirata all’idea di viaggio, poi presentata a Palazzo Cusani. Un viaggio che unisce la passione per la tradizione e gli elementi classici alla praticità dello stile contemporaneo. E poi, diciamocelo, chi non si farebbe una gita fuori porta su un’auto Pininfarina rossa fiammante, con un paio di borse Legacy e un’immensa voglia di avventura? Il Principe Azzurro di cui sopra è invitato al weekend in collina. E so già che le Legacy saranno quattro.

    The Bridge e Pininfarina_Milano Fashion Week

    The Bridge e Pininfarina: viaggiare sicuri, viaggiare fighi.

    Ma, si sa, gli amori di vecchia data tornano sempre alla ribalta. Proprio come al party di Stella McCartney, una delle mie stiliste preferite dai tempi di Chloè. L’ho vista per la prima volta dal vivo, dopo anni e anni di foto sulle riviste e di video su youtube. Sempre più amore per lei e per la collezione primavera 2015 presentata all’Orto Botanico di Brera, nel quale, oltre a servire ottimi spritz, c’era il carretto dei gelati con i gusti nocciola, caramello e ricotta con arancia. Passeggiare in mezzo a scarpe e fiori fa venire fame, Stella non è una sprovveduta e ha pensato a tutto. Ha pensato anche di invitare una guest star come Steven Tyler, perché l’evento non poteva essere troppo bucolico, avevamo bisogno di una sferzata di energia. Sferzata di energia che ho anche deciso di immortalare in una foto, come la peggiore delle bimbeminkia.

    Stella McCartney_Milano Fashion Show

    Grandi amori nati sotto una Stella (McCartney)

    Steven Tyler_Milano Fashion Week

    Steven Tyler mi ha chiesto di fare una foto insieme. Mi dispiaceva dirgli di no.

    Così è finita pure questa settimana della moda, via Tortona è tornata alla sua normalità con un numero più accettabile di modelli per strada, e io mi ritrovo ancora coriandoli in casa e nelle scarpe, un vaso di rose gentilmente offerto da Stella all’Orto Botanico e la speranza di incontrare presto il mio Principe Azzurro. Anche con una maglietta sdrucita e i jeans di una vita fa.

     


  2. Un’avventura chiamata adidas cityrunners

    giugno 30, 2014 by La Vyrtuosa

    adidas cityrunners_01

    adidas cityrunners #lodiconoimuri

    È la metà di dicembre, io sono in ufficio a preparare piani editoriali, quando mi arriva una mail dal titolo adidas wants you for #cityrunners. Sarà spam, guardo più tardi. Poi riapro la mail e leggo qualcosa che fa più o meno così:

    Ciao Giulia, c’è un nuovo progetto in città. adidas sta creando la nuova generazione di runners. Sei dei nostri?

    Hanno sbagliato persona. Da quando sono a Milano – fine settembre –  avrò corso una decina di volte e mai, mai, mai a dicembre. Non sono professionista, uso runtastic da qualche mese, il massimo contributo che riesco a dare su twitter è “Finalmente weekend. Vado a correre, statemi bene @runlovers #iocorroqui”. Ci deve essere un errore. Insomma, dopo uno scambio di mail e un incontro con il team di adidas in quel bellissimo post che è Open, ecco che mi vedo mettere in mano un paio di scarpe Supernova Glide 6 Boost e ricevere una pacca sulla spalla: vai e conquista tutte le strade del mondo.

    adidas supernova glide 6 boost

    Le mie scarpette adidas Supernova Glide 6. Louboutin, levati.

    Dunque, faccio parte ufficialmente di una squadra dal nome cityrunners. Obiettivo: partecipare alla staffetta della Milano City Marathon. Staffetta di 10 km. La mia reazione. No, aspettate, parliamone, io arrivo a stento a fare 8 km quando sono proprio in formissima, non ce la farò mai a raggiungere i dieci per il 6 aprile. Mi sfugge qualcosa, non ho fatto i conti con gli allenamenti guidati dal coach Rondelli, che in confronto Mr. Daimon è un orsetto del cuore. Giorgio Rondelli è il preparatore atletico che ti dà consigli, ti insegna davvero come si pratica l’attività sportiva, ti rivolge frasi affettuose come «Toh è arrivata l’étoile… vai, vai a fare danza», e ti sprona a dare il massimo perché «Fare fatica non ha mai ammazzato nessuno». Se non superi la prova Rondelli, non sei pronto per questo sport, figuriamoci per la vita.

    adidas cityrunners allenatori

    Sogni che si avverano: avere dei personal trainer.

    Non avrei mai immaginato che far parte dei cityrunners significasse avere al seguito allenatori, nutrizionista, mental coach, scoprire che di sabato esiste vita alle 8 di mattina, che la costanza e un sano stile di vita sono gli alleati perfetti per raggiungere qualsiasi (temibile) obiettivo. Mi si è aperto un mondo, ho imparato che per aumentare la resistenza è necessario dedicare allenamenti specifici fatti di ripetute che ti lasciano completamente senza fiato, hai solo il tempo per un ultimo saluto ai polmoni, poi via a morire sul ciglio della strada. Sono stati mesi intensi, fatti di corse al freddo, condizione che ho sempre detestato e che spesso mi ha tenuta lontana dalla corsa nel periodo invernale. In realtà, è meno terribile di quanto si pensi, basta avere qualche accortezza come scegliere gli indumenti giusti, mettere uno scaldacollo, resistere i primi minuti e avere il buon senso di restare a casa se proprio ci sono 5 gradi sotto zero e lastre di ghiaccio sull’asfalto (il pattinaggio artistico un’altra volta, eh?).

    Ma ciò che mi ha stupito di più è stato scoprire quanto mi piaccia correre con gli altri. Ho sempre corso da sola, cosa che continuo a fare perché mi permette di rilassarmi – sì, correndo ci si rilassa, SORPRESA! – concentrarmi sui miei pensieri, ascoltare musica e, soprattutto, non parlare con nessuno per un’ora (chi lavora nella comunicazzzione potrà capirmi). Solo che adidas è stata così brava e scrupolosa nel mettere insieme influencer, runners di ogni categoria, gente con tantissima voglia di divertirsi e fare sport, che correre accanto a questi meravigliosi compagni di squadra mi ha dato la carica per non mollare, ho imparato ad adeguarmi a un passo più veloce senza pensare troppo alla stanchezza e a scambiare due chiacchiere con il fiatone (forse anche quattro, l’ultima sicuramente biascicando). Qualcuno lo conoscevo di vista, altri li seguivo sui luoghi di perdizione come twitter e instagram, altri ancora pensavo non esistessero nella vita reale e che fossero solo delle leggende. Tra un allenamento e l’altro abbiamo avuto modo di conoscerci, scambiarci consigli sulla corsa e diventare sempre più una squadra unita e affiatata. Dovrebbero regalare a tutti la possibilità di correre almeno per una volta accanto a Lucia, Mirko, Daniela, Cristina, Rossana, Zeno, Cinzia, Chiara e a tutti gli altri piccoli grandi eroi della corsa. Altro che gift card nel vostro negozio preferito.

    Così, da gennaio, sono una cityrunners. Appartengo a un gruppo. Faccio uno sport che amo e, passata la Milano City Marathon della quale vi parlerò in un altro post, sono pronta a conquistare nuove strade. E chissà che una di queste non sia proprio sotto casa vostra.

    adidas cityrunners squadra

    I cityrunners con Davide Cassani. Professionisti.


  3. Il running è il fidanzato più fedele del mondo

    giugno 16, 2014 by La Vyrtuosa

    running_adidas

    Pronti, partenza, via!

    «Ma come hai iniziato a correre?». Ormai è la domanda che mi sento rivolgere più spesso, ha addirittura superato «Davvero non bevi birra?» e «Sei allergica al pomodoro, quindi non puoi mangiare la pizza?». Per le domande due e tre vorrei precisare ancora una volta che no, non bevo birra, la birra mi fa schifo (ma apprezzo mojito e moscow mule), e che la pizza posso mangiarla ugualmente, senza pomodoro, ma tanto non la mangio quasi mai perché se devo ingerire 800 calorie, allora preferisco che siano quelle contenute nei dolci di California Bakery. Detto ciò, torniamo alla domanda numero uno. Sono un po’ di mesi che gli amici dell’internet mi vedono pubblicare sui social network dettagli di allenamenti, outfit da runner, foto di gare, tutto accompagnato dagli hashtag #cityrunners e #adidas. E sono in tanti a chiedersi se sia impazzita e a chiedermi come faccia ad alzarmi alle 6.15 di mattina per andare a correre (perché sotto sotto vogliono provarci anche loro). Chi sono questi cityrunners? Cosa c’entra adidas? Adesso è giunto il momento di raccontare tutto, di descrivere come sia cambiato il mio rapporto con il running durante questi anni, di dare qualche consiglio – cose semplici e fattibili, tranquilli – e di tenervi compagnia con le emozioni che solo 10 km di corsa sanno regalare.

    Tutto è iniziato nel 2011, quando mi sono resa conto che a causa del lavoro era impossibile iscriversi in palestra, frequentandola con quella costanza necessaria e che fa davvero la differenza quando si tratta di sport. Però per una che ha sempre fatto attività fisica, dalla pallavolo, ai corsi di aerobica-step-pump-gag-fit boxe-caloria killer, fino ad arrivare ai corsi di danza contemporanea e hip hop, dei quali preferirei non scendere nei dettagli,  l’arrivo della primavera ha messo in moto una serie di pensieri che ora vi elencherò:

    1. Faccio una vita solo casa-lavoro e lavoro-casa, ho bisogno di sfogarmi prima di commettere un omicidio ed essere intervistata da Studio Aperto con tanto di servizio con le mie foto su facebook. Foto in cui sono un cesso.

    2. Cazzo, è già aprile, tra poco shorts, magliette a maniche corte e vestitini. E un fisico di merda.

    3. Stare seduta davanti al pc dieci ore al giorno, facendo solo ed esclusivamente SEO, mi ha fatto uscire la cellulite. La prossima volta mi scelgo un lavoro che mi permetta di bruciare almeno 450 calorie al giorno.

    4. La pillola mi sta distruggendo, mi sento gonfia, sono gonfia, il mio corpo è composto per il 90% da ritenzione idrica.

    5. Le giornate si sono allungate, dopo il lavoro mi piacerebbe stare all’aria aperta, ma non a bere spritz in via Farini con i fighetti di Parma.

    6. Voglio continuare a mangiare il dolce al ristorante. Sempre. Anche dopo cinque pezzi di gnocco fritto con il culatello e il tris di primi (che a Parma significa tortelli ripieni di qualsiasi cosa commestibile sulla faccia della Terra e una colata lavica di burro e parmigiano).

    Insomma, che si fa? Uh, guarda, c’è un parco bellissimo dietro casa. La mitica Cittadella, nota per essere un parco meraviglioso, a due piani, con i bastioni e i campi da calcio, le altalene adatte anche ai più grandi, le panchine all’ombra e le colonie di zanzare tigre da maggio a novembre. Così ho deciso di mettere scarpe da ginnastica, maglietta e pantaloncini, e provare a correre dopo aver ottimizzato l’ennesima pagina di un sito. Era l’unica soluzione. Lo sport che puoi praticare quando vuoi e quanto vuoi, senza spendere soldi e, soprattutto, che ti permette di stare in completa solitudine.

    cittadella_parma

    Cittadella: habitat naturale di runners e zanzare tigre

    Il primo allenamento fu uno scempio, roba che ancora adesso mi viene da ridere. Otto minuti. OTTO MINUTI DI CORSA. Avevo il fiatone, il dolore alla milza, i capelli da pazza e i vecchi che mi guardavano con compassione. Tornai a casa quasi con le lacrime agli occhi: come ho potuto ridurmi così? Anni e anni di sport, e guarda cosa è successo per un periodo di stop. Ma la performance deludente non mi ha impedito di proseguire con il mio obiettivo. Ho iniziato ad allenarmi due-tre volte a settimana, e a ogni sessione di corsa vedevo aumentare la resistenza. Sono passata dagli otto minuti ai dieci, poi dodici, fino ad arrivare a trenta senza troppi suicidi da parte degli organi interni e con i capelli perfettamente in ordine. Voi dovete provare a vivere questa sensazione di miglioramento e vittoria. Seriamente. Non bisogna avere fretta, evitate di strafare i primi giorni, perché tanto la cellulite è ancora lì che vi guarda con aria di sfida e il fiato corto si prende beffa di voi. Provate a sentire il vostro corpo, assecondatelo se non ce la fa più, sfiorate i quattro chilometri, se siete certi di potercela fare. Vi assicuro che i risultati si vedono dopo poco tempo, sia per quanto riguarda la resistenza, sia per gli effetti benefici sul corpo. Quello che ho imparato è che essere costanti aiuta, anche solo per migliorare la performance di trenta secondi e tornare a casa carichi per la prossima uscita. Tutto questo per dirvi che ho iniziato a correre per motivi semplici e banali, per staccare dal lavoro e dai tormenti quotidiani, per rimettermi un po’ in forma, per ritagliarmi una mezz’oretta al giorno solo per me, come consigliano tutte le prestigiose riviste di benessere. Ho scoperto la bellezza di uno sport da me sempre disprezzato e reputato inutile, che invece si è rivelato un compagno fedele tutte le volte che andavo a cercarlo, durante questi anni fatti di alti e bassi, di corse rimandate, allenamenti pieni di tensione e nervosismo. La corsa c’era sempre, a ogni ora, tutti i giorni, compresi i weekend e i festivi. La corsa non ti chiede come stai, se sei incazzato, felice, innamorato, perché tanto sa già che dopo averla incontrata starai meglio. Ed è l’unica cosa che conta.

    lavyrtuosa_giulia de filippo

    Io che mi sparo le pose dopo l’allenamento. No dignità.


  4. Denti guasti – Matteo De Simone

    giugno 3, 2014 by La Vyrtuosa

    denti guasti_matteo de simone

    Sembra che tutto, il naso, la bocca, le sopracciglia, tutto se ne vada per conto suo. Perché l’alcol non lascia in pace la faccia? Perché tutto quello che fa dentro deve per forza vedersi anche fuori?

    ***

    A vederli, lui e Roman, non diresti che sono dei barboni. Si lavano. Ogni tanto, con gli avanzi delle casse vanno agli alberghi dei cinesi. Per una lavatrice al self service bastano tre euro e te ne vai in giro come un fighetto. Di vestiti a Porta Palazzo ce ne sono quanti ne vuoi. Vestirsi non è un problema. Le ragazze quando vai a ballare non capiscono che sei un clandestino. O forse lo capiscono e gli piaci di più.

    ***

    Perché io non so praticamente niente di quello che voglio nella mia vita, ma una cosa almeno la so ed è che non voglio che nessuno mi dimentichi mai.

    ***

    Erano anni che cercavo questo libro. Quando l’ho visto allo stand di Hacca edizioni al Salone del Libro non ho capito più nulla. Estasi. C’erano solo due copie, le ho esaminate entrambe, scelto quella meno rovinata secondo i miei criteri dettati dalla follia, e acquistato la copia che ai miei occhi era perfetta. E questa volta non solo per il libro in sé, ma proprio per la copertina che mi ha sempre fatto impazzire (e qui bisogna ringraziare Massimo Ceccato). Un volto femminile e un piccolo cuore rosso che svolazza come una foglia in autunno. Mi fa pensare alla purezza dell’animo umano, alla leggerezza dei sentimenti. Ma anche al desiderio di disfarsi di quel muscolo sempre preda di coliche strazianti, capaci di provocare sofferenze a tutte le età. E siccome nell’essere umano nulla è limpido e puro, ecco che appunto il titolo ci riporta alla realtà: Denti guasti.  Bastano poche ore per leggerlo e capire che tutti i personaggi del libro hanno i denti guasti, anche se non lo danno a vedere. Perché il marcio e la disperazione che circonda le loro vite sono così immensi da intaccare tutto, il cervello, il cuore, gli occhi, i denti.

    Giulia ha 18 anni, una madre alcolizzata, un padre finito in chissà quale dimensione ultraterrena, e il sogno di diventare una grande cantante in stile amicidimariadefilippi. Silvana, la madre di Giulia, cerca di tenersi a galla aggrappata a una bottiglia di rhum. Roman, venuto in Italia dalla Moldavia, a 19 anni ha già scoperto che per cavarsela è necessario crescere in fretta, essere furbo e saper rubare senza dare nell’occhio. Ma una minima distrazione, ed ecco finire nel raggio visivo di Giulia, che al supermercato lo vede infilare una bottiglia nella manica della maglietta. È un attimo che i due si ritrovano alla cassa con Giulia che paga la spesa per entrambi. È un attimo che due vite così lontane si incontrano per fare insieme un pezzo di strada costeggiato da cuori palpitanti, bugie, speranze. Storie di vita e di morte in una Torino che offre e toglie. Incertezza e sorrisi accennati sembrano essere gli unici caratteri distintivi di un futuro che forse nessuno ha voglia di vivere davvero, nonostante i tentativi di riscatto e accettazione del dolore. Nessuno è in grado di dire se sia un bene o un male, accecati dagli obiettivi per la sopravvivenza e dal desiderio di non essere mai dimenticati.

    Matteo De Simone – classe 1981, scrittore, cantante e bassista del gruppo rock Nadàr Solo – non ha creato dei personaggi dal nulla, perché ognuno di noi conosce Giulia, Roman, Silvana. E di certo qualcuno è Giulia, Roman, Silvana. Però è stato in grado di creare un intreccio difficile da districare, un intreccio che ti stringe il cuore anche dopo giorni che hai finito il libro e sei passato ad altre storie, altre avventure, altre vite. Ed è proprio per questo che sarà impossibile dimenticare Denti guasti.

    [Forse alcuni potrebbero trovare insensato l’ultimo capitolo di questo libro, ma vi assicuro che è uno dei finali più belli e veri che abbia mai letto. Perché è quello che ci succede quasi ogni giorno, la vita che si diverte a beffarci, quel what the fuck che ci accompagna sempre e ovunque. Poi mi direte]


  5. Descriviti con i libri

    maggio 18, 2014 by La Vyrtuosa

    Dato che non avevo niente da fare, a parte settordici lavatrici, la spesa, stirare, lavarmi i capelli e sbrogliare il filo degli auricolari, ho deciso di partecipare a un tag sui libri. Quelle cose che ti fanno le domande, e tu devi rispondere con il titolo di un libro. Sì, l’ho fatto davvero. Non avevo altre incombenze, ve l’ho detto. E poi l’ho fatto per voi, per consigliarvi un po’ di belle letture. Adesso vado a stirare almeno un paio di magliette, dài.

     

    1) Sei maschio o femmina?

    Io sono un gatto

    io sono un gatto

     

    2) Descriviti.

    Bonjour tristesse

    bonjour-tristesse-francoise-sagan

     

    3) Cosa provano le persone quando stanno con te?

    In stato di ebbrezza

    in stato di ebbrezza

     

    4) Descrivi la tua relazione precedente.

    C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo

    c'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo

     

    5) Descrivi la tua relazione attuale.

    E le altre sere verrai?

    e le altre sere verrai

     

    6) Dove vorresti trovarti?

    La casa del sonno

    la casa del sonno

    7) Come ti senti nei riguardi dell’amore?

    Revolutionary Road

    revolutionary road

     

    8) Come descriveresti la tua vita?

    Un lavoro sporco

    un lavoro sporco

     
    9) Cosa chiederesti se avessi a disposizione un solo desiderio?

    Il weekend

    il weekend

     

    10) Dì qualcosa di saggio.

    Non fate troppi pettegolezzi

    Non fate troppi pettegolezzi

     

    11) Una musica.

    Il silenzio del mare

    il silenzio del mare

     

    12) Chi o cosa temi?

    Il contagio

    il contagio

     

    13) Un rimpianto

    Vortici di gloria

    vortici di gloria

     

    14) Un consiglio per chi è più giovane.

    Comunque vada non importa

     

    comunque vada non importa

     

     

    15) Da evitare accuratamente.

    L’uomo senza qualità

    l'uomo senza qualità

    Adesso tocca a voi, descrivervi con i libri. Le lavatrici possono aspettare.


  6. Esche vive – Fabio Genovesi

    aprile 16, 2014 by La Vyrtuosa

     esche vive_fabio genovesi

    Perché il vuoto vero non è il niente, ma il niente dove invece dovrebbe esserci qualcosa. Qualcosa di importante, che c’è sempre stato, poi a un certo punto guardi e ti accorgi che quella cosa non c’è più. 

    ***

    Invece è morta, l’anno scorso, così dal nulla. Stava in fila alla banca e dicono che ha detto qualcosa che però non aveva senso, poi è andata giù e addio. Era il quattordici marzo, ma per me è morta il diciotto, perché le persone che gli vuoi tanto bene ci mettono sempre un po’ a morire nella tua testa.

    ***

    Tutto il giorno il tempo è stato quello tipico di Muglione, cioè senza nulla: niente nuvole, niente vento e niente sole, una tavolozza vuota che Dio dice domani ci penso domani ci penso e poi non ci pensa mai.

    ***

    In un momento come questo non ha senso andare da nessuna parte, non ha senso nemmeno stare dritti in piedi. È solo il caso di rimanere a letto con le finestre chiuse e gli occhi fissi all’insù, nella speranza che il soffitto ci dica cosa fare.

    ***

    […] tu non le capisci le tue amiche che si mettono con uno perché non c’è di meglio. Insomma, stare sole non è mica male. Cioè, magari da sola puoi starci male, ma in una relazione sbagliata stai male il doppio, e accontentarsi ti sembra la tristezza più grande del mondo.

    ***

    […] se invece dell’agricoltura l’uomo primitivo avesse in ventato la bicicletta, ci sarebbe saltato sopra con la clava a tracolla e avrebbe attraversato di corsa tutta la storia del mondo senza fermarsi mai.

    ***

    Ci sono parole che ti restano dentro, piantate fonde nella pancia, e stanno lì una vita senza uscire mai. Ma sono legate fra loro con una specie di corda, e se per caso una si stacca e viene fuori dalla bocca, le altre le vanno dietro a cascata.

    ***

    Le cose vere non vanno mica dette per forza. Certe volte la verità fa schifo e si merita che la lasciamo da sola in un angolo a meditare su quello che ha fatto.

    ***

    Per una volta nella vita scopri che stare bene non è una partita impossibile, soprattutto se smetti di giocarti contro.

    ***

    Io questo libro non volevo leggerlo. È da quando è uscito che me lo ritrovo sempre sotto il naso: a casa di amici, fuori posto in libreria, sulla sdraio del vicino di ombrellone. Ogni volta leggevo la quarta di copertina, che so a memoria, qualche pagina qua e là, e mi dicevo: «Non è questo il momento giusto per leggerlo». Senza un motivo preciso, solo per una questione di sensazioni. Come se dentro ci fosse qualcosa che avrebbe potuto farmi male, e sentivo di dover starne alla larga. Poi è successo che ho letto tutti gli altri libri di Fabio Genovesi, e mi sono piaciuti. Tutti. Quindi, oltre ad avere quella strana sensazione verso Esche Vive, mi sono ritrovata ad affrontare anche il seguente problema: «E se non mi piace? E se mi delude? Riuscirò ancora a consigliare gli altri suoi libri?». Per una psicosi del genere, mi avrebbero già internata a Briarcliff  (American Horror Story).

    Alla fine ho deciso di provarci. Una sera, dopo cena, mi è venuta voglia di Esche vive, tipo dessert. Dal primo capitolo mi era già tutto chiaro. Leggetelo bene, il primo capitolo, e se avete i poteri inseritelo nelle antologie per ragazzi, o in quei libri di narrativa che facevano portare alle medie. Il primo capitolo è un racconto perfetto, potrebbe avere vita propria senza le successive trecento pagine.  C’è la storia, c’è il gioco e c’è il dolore. E il dolore non termina con il primo capitolo, per niente. Nonostante mi piacciano i libri pieni di drammi familiari, di coppie che si amano e si odiano e si rincorrono per anni senza mai arrivare insieme al traguardo, io questo tipo di drammi letterari li metabolizzo e poi li supero, anche dopo mesi, ma li supero (gli eredi di Richard Yates dovrebbero pagarmi un analista). Perché so che è tutto molto lontano dalla mia vita e che a me non succederà mai una cosa del genere.

    È quando leggo un libro che sembra raccontare pezzi di me, che iniziano i problemi. Mi viene l’ansia, ci sto male, sono io! L’immedesimazione è terribile. Pensa quando ti capita non con uno, ma con quasi tutti i protagonisti di un libro. In questo caso, i motivi sono diversi, anche solo per una battuta o per come si lagnano di tutte le sfighe del mondo, però senti che c’è qualcosa di te in Fiorenzo, un diciannovenne devoto all’heavy metal, che ha perso una mano giocando con i petardi e anni a chiedersi se fosse colpa sua la morte della madre, in Mirko, il Campioncino del ciclismo che si è lasciato sfuggire l’occasione di perdere qualche gara che lo avrebbe reso meno invincibile e più normale agli occhi dei compagni e della famiglia, in Tiziana, che dopo gli studi, i master e i buoni propositi di realizzarsi all’estero, ha mollato tutto per tornare in un paesino, Muglione, che sa di muffa e mestizia. Sono tutti personaggi che perdono qualcosa e poi trovano qualcos’altro. Salgono su un treno, scendono, ne prendono un altro, ma è quello sbagliato, e allora aspettano quello giusto che ovviamente sembra non arrivare mai, in un gioco di mancate coincidenze in stazioni desolate.

    Le vite di Fiorenzo, Mirko e Tiziana si incrociano, pronte a salire tutte sullo stesso treno per un viaggio fatto di solitudini, sorrisi, incomprensioni, scopate, lacrime e successi. Tutto quel mix di emozioni che solo l’adolescenza sa regalarti. E anche se non tutti i personaggi sono nel pieno dell’adolescenza, ci ritroviamo di fronte a quegli umori misti a felicità e depressione, a quei dubbi che non ti fanno dormire la notte, a quei tentativi di perfezione che più rincorri e più fai disastri, a quelle inesperienze tenere e banali, a quelle curiosità che non vedi l’ora di toglierti. Nel romanzo non c’è limite alla tristezza (o forse, ormai, sono io a essere debole di magone), però le situazioni più assurde e divertenti come il primo vero non concerto dei Metal Devastation, l’interpretazione colorita de La pioggia nel pineto, i temi del Campioncino, le salite in bici senza più fiato e i lettori inesistenti del blog di Tiziana, vi faranno quasi dimenticare le amarezze della giornata. Perché grazie a Fiorenzo, Mirko e Tiziana capirete finalmente che, per vincere una volta per tutte, è necessario prima fare i conti con le sconfitte che vi portate dietro.

    Io ho dovuto fare i conti con le mie, che sono tante, ma non tantissime (fatemi arrivare a 35 anni, poi ne riparliamo). Come Fiorenzo ho fatto i conti con una persona che non c’è più: mi sono domandata spesso cosa sarebbe successo, se avessi fatto qualcosa di diverso, anche solo una telefonata, un «Ciao, come stai?», magari adesso sarebbe ancora qui. Poi ho fatto i conti con un pezzo di cuore che anche se c’è, sarà sicuramente messo male, o finito chissà dove, saltato in aria a causa di un altro tipo di bomba. Come Mirko ho fatto i conti con quella perfezione della quale non mi importa quasi niente, ma per gli altri diventa ragione di vita. E, infine, come Tiziana ho fatto i conti con le scelte sbagliate, i treni persi, ché quando perdi il primo che è il più importante, poi non ti ritrovi più e ti vedi lì, in mezzo al caos di binari sconosciuti. Forse il trucco è cambiare valigia, darsi una sistemata ai capelli, e saltare semplicemente sul primo treno fermo e con le porte già aperte: «Sono qui per te, sali e mettiti comodo. Adesso inizia il bello». Esche vive è un libro che fa male, e lo sapevo, ma fa anche molto bene. E questo non lo sapevo.