1. Esche vive – Fabio Genovesi

    aprile 16, 2014 by La Vyrtuosa

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    Perché il vuoto vero non è il niente, ma il niente dove invece dovrebbe esserci qualcosa. Qualcosa di importante, che c’è sempre stato, poi a un certo punto guardi e ti accorgi che quella cosa non c’è più. 

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    Invece è morta, l’anno scorso, così dal nulla. Stava in fila alla banca e dicono che ha detto qualcosa che però non aveva senso, poi è andata giù e addio. Era il quattordici marzo, ma per me è morta il diciotto, perché le persone che gli vuoi tanto bene ci mettono sempre un po’ a morire nella tua testa.

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    Tutto il giorno il tempo è stato quello tipico di Muglione, cioè senza nulla: niente nuvole, niente vento e niente sole, una tavolozza vuota che Dio dice domani ci penso domani ci penso e poi non ci pensa mai.

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    In un momento come questo non ha senso andare da nessuna parte, non ha senso nemmeno stare dritti in piedi. È solo il caso di rimanere a letto con le finestre chiuse e gli occhi fissi all’insù, nella speranza che il soffitto ci dica cosa fare.

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    […] tu non le capisci le tue amiche che si mettono con uno perché non c’è di meglio. Insomma, stare sole non è mica male. Cioè, magari da sola puoi starci male, ma in una relazione sbagliata stai male il doppio, e accontentarsi ti sembra la tristezza più grande del mondo.

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    […] se invece dell’agricoltura l’uomo primitivo avesse in ventato la bicicletta, ci sarebbe saltato sopra con la clava a tracolla e avrebbe attraversato di corsa tutta la storia del mondo senza fermarsi mai.

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    Ci sono parole che ti restano dentro, piantate fonde nella pancia, e stanno lì una vita senza uscire mai. Ma sono legate fra loro con una specie di corda, e se per caso una si stacca e viene fuori dalla bocca, le altre le vanno dietro a cascata.

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    Le cose vere non vanno mica dette per forza. Certe volte la verità fa schifo e si merita che la lasciamo da sola in un angolo a meditare su quello che ha fatto.

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    Per una volta nella vita scopri che stare bene non è una partita impossibile, soprattutto se smetti di giocarti contro.

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    Io questo libro non volevo leggerlo. È da quando è uscito che me lo ritrovo sempre sotto il naso: a casa di amici, fuori posto in libreria, sulla sdraio del vicino di ombrellone. Ogni volta leggevo la quarta di copertina, che so a memoria, qualche pagina qua e là, e mi dicevo: «Non è questo il momento giusto per leggerlo». Senza un motivo preciso, solo per una questione di sensazioni. Come se dentro ci fosse qualcosa che avrebbe potuto farmi male, e sentivo di dover starne alla larga. Poi è successo che ho letto tutti gli altri libri di Fabio Genovesi, e mi sono piaciuti. Tutti. Quindi, oltre ad avere quella strana sensazione verso Esche Vive, mi sono ritrovata ad affrontare anche il seguente problema: «E se non mi piace? E se mi delude? Riuscirò ancora a consigliare gli altri suoi libri?». Per una psicosi del genere, mi avrebbero già internata a Briarcliff  (American Horror Story).

    Alla fine ho deciso di provarci. Una sera, dopo cena, mi è venuta voglia di Esche vive, tipo dessert. Dal primo capitolo mi era già tutto chiaro. Leggetelo bene, il primo capitolo, e se avete i poteri inseritelo nelle antologie per ragazzi, o in quei libri di narrativa che facevano portare alle medie. Il primo capitolo è un racconto perfetto, potrebbe avere vita propria senza le successive trecento pagine.  C’è la storia, c’è il gioco e c’è il dolore. E il dolore non termina con il primo capitolo, per niente. Nonostante mi piacciano i libri pieni di drammi familiari, di coppie che si amano e si odiano e si rincorrono per anni senza mai arrivare insieme al traguardo, io questo tipo di drammi letterari li metabolizzo e poi li supero, anche dopo mesi, ma li supero (gli eredi di Richard Yates dovrebbero pagarmi un analista). Perché so che è tutto molto lontano dalla mia vita e che a me non succederà mai una cosa del genere.

    È quando leggo un libro che sembra raccontare pezzi di me, che iniziano i problemi. Mi viene l’ansia, ci sto male, sono io! L’immedesimazione è terribile. Pensa quando ti capita non con uno, ma con quasi tutti i protagonisti di un libro. In questo caso, i motivi sono diversi, anche solo per una battuta o per come si lagnano di tutte le sfighe del mondo, però senti che c’è qualcosa di te in Fiorenzo, un diciannovenne devoto all’heavy metal, che ha perso una mano giocando con i petardi e anni a chiedersi se fosse colpa sua la morte della madre, in Mirko, il Campioncino del ciclismo che si è lasciato sfuggire l’occasione di perdere qualche gara che lo avrebbe reso meno invincibile e più normale agli occhi dei compagni e della famiglia, in Tiziana, che dopo gli studi, i master e i buoni propositi di realizzarsi all’estero, ha mollato tutto per tornare in un paesino, Muglione, che sa di muffa e mestizia. Sono tutti personaggi che perdono qualcosa e poi trovano qualcos’altro. Salgono su un treno, scendono, ne prendono un altro, ma è quello sbagliato, e allora aspettano quello giusto che ovviamente sembra non arrivare mai, in un gioco di mancate coincidenze in stazioni desolate.

    Le vite di Fiorenzo, Mirko e Tiziana si incrociano, pronte a salire tutte sullo stesso treno per un viaggio fatto di solitudini, sorrisi, incomprensioni, scopate, lacrime e successi. Tutto quel mix di emozioni che solo l’adolescenza sa regalarti. E anche se non tutti i personaggi sono nel pieno dell’adolescenza, ci ritroviamo di fronte a quegli umori misti a felicità e depressione, a quei dubbi che non ti fanno dormire la notte, a quei tentativi di perfezione che più rincorri e più fai disastri, a quelle inesperienze tenere e banali, a quelle curiosità che non vedi l’ora di toglierti. Nel romanzo non c’è limite alla tristezza (o forse, ormai, sono io a essere debole di magone), però le situazioni più assurde e divertenti come il primo vero non concerto dei Metal Devastation, l’interpretazione colorita de La pioggia nel pineto, i temi del Campioncino, le salite in bici senza più fiato e i lettori inesistenti del blog di Tiziana, vi faranno quasi dimenticare le amarezze della giornata. Perché grazie a Fiorenzo, Mirko e Tiziana capirete finalmente che, per vincere una volta per tutte, è necessario prima fare i conti con le sconfitte che vi portate dietro.

    Io ho dovuto fare i conti con le mie, che sono tante, ma non tantissime (fatemi arrivare a 35 anni, poi ne riparliamo). Come Fiorenzo ho fatto i conti con una persona che non c’è più: mi sono domandata spesso cosa sarebbe successo, se avessi fatto qualcosa di diverso, anche solo una telefonata, un «Ciao, come stai?», magari adesso sarebbe ancora qui. Poi ho fatto i conti con un pezzo di cuore che anche se c’è, sarà sicuramente messo male, o finito chissà dove, saltato in aria a causa di un altro tipo di bomba. Come Mirko ho fatto i conti con quella perfezione della quale non mi importa quasi niente, ma per gli altri diventa ragione di vita. E, infine, come Tiziana ho fatto i conti con le scelte sbagliate, i treni persi, ché quando perdi il primo che è il più importante, poi non ti ritrovi più e ti vedi lì, in mezzo al caos di binari sconosciuti. Forse il trucco è cambiare valigia, darsi una sistemata ai capelli, e saltare semplicemente sul primo treno fermo e con le porte già aperte: «Sono qui per te, sali e mettiti comodo. Adesso inizia il bello». Esche vive è un libro che fa male, e lo sapevo, ma fa anche molto bene. E questo non lo sapevo.


  2. Sex Pistols. La più sincera delle truffe – Fausto Vitaliano

    aprile 3, 2014 by La Vyrtuosa

    sex pistols_fausto vitaliano

    Senza i Sex Pistols saremmo morti. […] La noia ci voleva convincere ogni santo giorno che un altro mondo non era possibile. Questo è il mondo.

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    Il punk è qualcosa che ha a che fare con la purezza del cuore. Non esagero, occorre avere cuore puro per capire. Il che non vuol dire essere buoni e caritatevoli: un cuore puro può essere letale, ma sarà sempre onesto.

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    I Sex Pistols li capisci solo se hai avuto quindici anni e se, auspicabilmente, non hai mai smesso di averli.

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    Io provo una certa diffidenza verso quelli che non amano il punk. In pratica, provo diffidenza verso il 90% della popolazione mondiale. E spero che la cosa sia reciproca. Poi ci sono quelli che proprio detesto, quelli che «Il punk fa schifo», e non si rendono conto che stanno dicendo una cosa molto punk. Ah, beata ignoranza. Non dico che questo genere musicale debba piacere a tutti i costi (invece, sì), ma penso che vada almeno preso in considerazione, ascoltato, capito, studiato a scuola insieme agli altri movimenti storico-culturali (Rotten mi menerebbe a sangue per questo). Tra l’altro, il vero periodo punk è durato un cazzo, facciamo dal 1975 al 1979, roba che si potrebbe scrivere un capitoletto e portarlo come argomento a piacere durante l’interrogazione. Non ci sono molte date da ricordare, niente susseguirsi di guerre di religione, solo concerti, aneddoti tragici e divertenti e gruppi dai nomi facili facili. Come Sex Pistols. Come fai a non ricordare un nome così? La prima volta che l’ho letto avevo 15 anni, ero a casa di un amico e avevo puntato questo cd dalla copertina gialla e dal titolo che per un adolescente è pura trasgressione: Never mind the bollocks. Here’s the Sex Pistols. Da quel momento ho iniziato a credere nel colpo di fulmine. Ho ascoltato qualche canzone, ho capito che mi piaceva quella rabbia e quella ribellione a tutto, e il giorno dopo ero già con il mio cd comprato con i soldi della paghetta, che generalmente andava via per i libri, le videocassette horror prese a noleggio, il cinema del sabato pomeriggio e Tutto musica. Che adolescenza di merda, penserete voi. Un po’ lo penso anch’io, tranquilli, ma poi mi vengono in mente tutte le cose belle scoperte in quegli anni, e quindi no, non è stata un’adolescenza così di merda.

    Torniamo al punk. Non so come sia successo, eppure ho iniziato ad ascoltarlo sempre di più, a comprare cinture con le borchie, a infilare spille da balia nei lobi delle orecchie e a sognare un grande amore con il bassista di una band. Posso sostenere che da allora questo sia il genere che non ho mai abbandonato, che continuo ad ascoltare ogni giorno, che mi dà la carica e che mi fa mantenere ad alti livelli l’incazzatura con il mondo. Essere sempre incazzati con il mondo fa sentire vivi, fateci caso. Altrimenti subentrerebbe quella cosa chiamata noia, che onestamente lascio volentieri agli altri. E infatti come scrive Fausto Vitaliano: «Il punk ci ha salvato dalla morte per noia». A lui, ai suoi amici, e a tutti i quindicenni che nel 1977 si sparavano della gran bella musica nelle orecchie. Rimpiango di non aver avuto l’età giusta al momento giusto. Oggi avrei 52 anni. Comunque, ho letto questo libro di Vitaliano, perché non potevo non leggerlo: Sex Pistols. La più sincera delle truffe, pubblicato da Laurana editore. Qui si incrociano le vite di quattro amici (tra cui l’autore),  che tentano di sopravvivere allo scempio musicale italiano degli anni Settanta, con le vite disastrate e al limite di ogni cosa – anche della spettacolarizzazione – di Johnny Rotten, Sid Vicious (e prima di lui Glen Matlock), Paul Cook e Steve Jones. Quattro quindicenni che organizzano un viaggio a Londra per vedere dal vivo il loro gruppo preferito, ovvero altri ragazzini di periferia un po’ più grandi che fanno della musica senza «la consapevolezza di quello che stanno contribuendo a costruire». I Sex Pistols hanno fatto solo un disco, uno, e siamo ancora qui a parlarne, rendetevi conto dell’immensità, ché quei poser dei Green Day devono solo stare zitti con i loro dieci (?) album di puro lerciume.

    C’è un detto situazionista che recita: “La gran parte delle persone vive la propria vita in uno stato di autentica e inconsapevole disperazione”. Vangelo. In un’intervista a Sid Vicious realizzata poco prima della morte (a ben vedere: qualsiasi cosa fatta da Sid Vicious è avvenuta poco prima della sua morte) quel povero ragazzo diceva che l’unica cosa che salvava la vita alla gente (a scuola, a casa, nei luoghi di lavoro) era ascoltare musica. Senza musica non c’erano poi molte altre ragioni per non lasciarsi spontaneamente morire.

    Qui non si è lasciato morire nessuno, né la sottoscritta, né – mi auguro – Fausto Vitaliano. E se anche voi non volete lasciarvi morire, leggete questo piccolo libro che vi farà scoprire qualcosa in più su una generazione alla quale non importava minimamente di cambiare il mondo con una chitarra e un vaffanculo sempre sulle labbra e vi mostrerà dei bei reperti fotografici in appendice.

    So che ve lo state domandando, quindi ci tengo a rassicurarvi che, nonostante gli anni, le boyband, l’elettronica e la finta no wave, io continuo ad ascoltare punk ogni giorno, a essere incazzata con tutto e tutti, a sentirmi una quindicenne e a sognare ancora il grande amore con il bassista di una band.

    Once a punk, always a punk.


  3. My Boyfriend is a Bastard – Luca de Santis e Damiano Clemente

    febbraio 16, 2014 by La Vyrtuosa

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    Chi non ha mai avuto un fidanzato bastardo. Come dite, voi no? Arriverà, abbiate pazienza. Altrimenti, l’unica spiegazione possibile è che il fidanzato bastardo siate proprio voi, e in tal caso fatevi due domande.

    Per tutti coloro i quali hanno avuto il dispiacere di condividere il cuore e il letto con un essere la cui controfigura è quella di Satana, ecco My boyfriend is a bastard, un pamphlet diLuca de Santis e Damiano Clemente per ricordare quello che avete passato in N giorni in cui “pensavo fosse amore, invece era mannaggialaputtanachimelhafattofare”. E per provare a strapparvi una risata con le numerose vignette che, con estremo cinismo, mettono in evidenza momenti di vita di coppia tra un boyfriend molto bastard e un altro molto innamorato. Io dico che vi farete più di una risata.

    Partiamo con la definizione di Fidanzato Bastardo (quella di fidanzato e basta dovremmo conoscerla, ma accettiamo spunti nei commenti). È egocentrico ed egoista, non un eroe che si batte per il bene comune, bensì un antieroe che si batte per il suo di bene. Qui possiamo far entrare in scena un personaggio simbolo come Rhett Butler – sì, quello di Via col vento - che offre questa spiegazione di sé a Rossella: “Credo solo in Rhett Butler, è la sola causa che riconosco, il resto è ben poco”.

    Ci sta già sulle palle, però ci piace. Ha fascino, è quello che puntualmente ci frega. Quando abbiamo a che fare con un Rhett, siamo così abili nel creare la nostra illusione d’amore, che non ci rendiamo conto di quello che (ci) sta succedendo intorno: tradimenti, bugie, critiche, scortesie. Se pensavamo che nessuno avrebbe mai potuto metterci in un angolo, come dellepiccole e ingenue Baby di Dirty Dancing, ecco, con il fidanzato bastardo possiamo anche iniziare a richiedere la residenza per quell’angolo. E nonostante gli amici cerchino di farci aprire gli occhi, i loro consigli “hanno l’efficacia di una camomilla contro il virus dell’ebola”.

    Allora proviamo a giocare la carta della disillusione: “Sorridere, annuire e non mostrare il proprio dolore a chi l’ha causato, mettendo in atto la vendetta più efficace”. Perché noi, con tutta la sofferenza nel cuore, non rinunceremo mai alla nostra natura di romantici, innamorati e anche un po’ coglioni, ma loro, i bastardi, dovranno portare con sé il peso dell’anaffettività e della sofferenza nevrotica. Noi non saremo mai uguali al nostro fidanzato (o ex) bastardo, noi siamo e saremo per sempre le Rossella O’Hara che domani è un altro giorno.

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  4. Monty Python’s Night

    febbraio 14, 2014 by La Vyrtuosa

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    Sapete chi sono i Monty Python? Sono un gruppo di comici inglese che dalla fine degli anni ’60 alla metà degli anni ’80 ha rivoluzionato il mondo della comicità con battute senza soluzione di continuità. Battute che portavano con sé riferimenti culturali e viaggiavano su un filo che collegava passato e presente. Esiste un libro per conoscere da vicino la loro storia , e Youtube è pieno di video di sketch come questo.

    Ma continuiamo con l’interrogazione.

    Sapete chi sono i Democomica? Sono un gruppo di comici italiani che negli ultimi anni è esploso sulla esilarante scena teatrale milanese con uno stile che non passa inosservato. Scordatevi le battute demenziali. I Democomica, anche quando ci provano, non riescono a essere demenziali al 100%. C’è sempre quel riferimento a un fatto dell’attualità, della storia, della vita intellettuale che ci circonda, anche quando non ce ne accorgiamo. Ecco il legame con i Monty Python. Quindi, perché non realizzare uno spettacolo tributo ispirato proprio al gruppo inglese? Allo Zelig di viale Monza si è tenuto così il Monty Python’s Night, due serate che hanno visto come protagonisti il nonsense acuto e intelligente, il divertimento, la risata che parte improvvisamente e non ha intenzione di lasciarti andare. Tutto sotto la direzione e la sapiente competenza di Antonello Taurino, regista e attore, che grazie a Robin Scheller, Fabio Di Dario (il mio nuovo idolo), Enrico Veronica  e Paolo Brandolini, ha regalato ore di puro godimento a tutti i presenti. Soprattutto a quella parte di pubblico che aveva freschi argomenti dell’ultim’ora come i trend topic sui gattini e non era troppo sensibile alle battute provocatorie – ma fenomenali – sulla Chiesa, la Madonna, Dio e tutto il clero.

    Considerando che lo spettacolo è iniziato alle 21.30, e che io alle 21.50 fossi già con un fazzoletto in mano per asciugarmi le lacrime, la dice lunga. E sì, che sono una persona propensa alla risata, ma per farmi andare in iperventilazione ce ne vuole. I Democomica hanno avuto questo potere. Tra lo sketch della banda di criminali che operano solo nella legalità, quello sui compositori dimenticati perché con nomi da diecimila caratteri spazi inclusi, quello sull’Inquisizione spagnola che arriva a sorpresa quando meno te l’aspetti e la scena dei lord inglesi (molto milanesi vintage) che ricordano gli anni passati in povertà, in una gara a chi fosse più nella melma (“Ah, ti piaceva usare i fanghi di Alga Guam”, direbbe il gentleman Robin Scheller), i tempi morti sono stati pari allo zero. E si sa, la tempistica nella commedia fa la differenza. Un contributo prezioso è stato dato anche dalla presenza di Davide Zilli, che ha composto le musiche dello spettacolo e il magnifico pezzo sulla fidanzata londinese , la quale farebbe meglio a tenersi l’amore e la pioggia.

    I Democomica mi hanno rimesso in pace con il mondo della comicità. Adesso so che c’è speranza, una speranza che ho voglia di alimentare, seguendo il gruppo al Circolo Cicco Simonetta di Milano, in cui gli attori si esibiscono ogni settimana.

    Istruzioni prima dell’uso: se decidete di andare a un loro spettacolo, sappiate che il trucco colerà e i battiti del cuore aumenteranno notevolmente. Ricordatevi di portare un pacchetto di fazzoletti e delle pastiglie di valeriana.


  5. Per dieci minuti – Chiara Gamberale

    febbraio 8, 2014 by La Vyrtuosa

    per dieci minuti_chiara gamberale

    Scrivere è, semplicemente, il mio unico rimedio all’esistenza. È sempre stato così, fin da quand’ero bambina e mi chiedevano che cosa desiderassi per il futuro: scrivere romanzi e incontrare un grande amore, rispondevo io.  E per un bel po’ di anni sembrava che i miei due desideri si fossero avverati.

    ***

    Adoro leggere e fare immersioni, nel mare come in me stessa.

    ***

    Quando fanno qualcosa per noi, gli altri ci consegnano o in realtà ci tolgono un’occasione?

    ***

    Non avevo niente da perdere: era proprio quello il mio problema.

    ***

    “Allora come va?”
    “Tutto male, grazie”

    ***

    Quando stai bene, ti abitui. A tutto. Alle persone, al lavoro, alle situazioni, alle piccole grandi cose che un po’ ti ha regalato la vita e un po’ ti sei presa con spavalderia giorno dopo giorno. Hai portato a termine quella conquista che ti fa sentire piena, felice, soddisfatta. “Durerà per sempre”, pensi. Poi quel per sempre ti bussa alla porta, ti tira un pugno sullo stomaco e ti saluta voltando le spalle. Perché certe cose finiscono così, senza un motivo, oppure per mille. Ma poi è importante saperlo? Sapere cosa hai sbagliato, cosa non hai visto, cosa hai fatto finta di non vedere, ti permetterà solo di arrivare a una conclusione travestita da maestra di vita, con la bacchetta puntata e la domanda di rito: “Adesso hai imparato la lezione? Vedi di non ripetere più gli stessi errori”. Stronza. Tanto poi gli errori li ripeti altre cento volte, e ti sembra di essere rimandata sempre a settembre. Ti vedi già seduta a quel banco, sperando di passarla liscia ancora una volta. Tra lacrime, ansie e rimorsi. E, in ogni caso, di lezioni del genere e di te l’avevo detto ci siamo anche un po’ rotti il cazzo, siamo onesti. Una volta ti prendono un pezzo di vita, un’altra un pezzo di cuore, e un’altra ancora tutto insieme. Come è successo a Chiara, che di colpo ha perso lavoro, amore, vita.

    In meno di un anno, dall’ottobre del 2011 al settembre del 2012, mio marito aveva insistito per traslocare in città, poi era partito per fare un master a Dublino e il giorno prima di tornare mi aveva telefonato per annunciarmi che no, non sarebbe tornato, ma sì, stava bene, e se per un po’ non l’avessi più sentito non dovevo preoccuparmi: anzi, il punto era proprio che forse aveva scoperto di stare meglio senza di me.

    Inizia il periodo più difficile per Chiara, fatto di smarrimenti, pasti saltati, risvegli non desiderati. E non riesce a fare a meno di pensare a quel tutto che ora non c’è più. Ché quando perdi l’amore, perdi tutto. Se non avete mai provato un abbandono, buon per voi, se l’avete provato, sapete di cosa sto parlando. Di quel masso che vi frana sul cuore, che vi toglie il respiro, vi distrugge l’anima e vi costringe a sforzi sovrumani per uscire dalle macerie. Ognuno trova la strada della salvezza a suo modo, da solo o con l’aiuto di amici, parenti, psicanalisti. Chiara la trova facendo un gioco suggerito dalla sua analista: “Per un mese, a partire da subito, per dieci minuti al giorno, faccia una cosa che non ha mai fatto”. Voi l’avete mai fatto un gioco del genere? Appena l’ho letto, ho iniziato a pensare a cosa mi piacerebbe fare di nuovo, ogni giorno, per dieci minuti. Mi sono venute in mente solo cose sceme. Ma, del resto, cos’altro potevo aspettarmi? Continuando a leggere, scopro che Chiara riesce – spesso con tante difficoltà – a fare cose diverse ogni giorno per stare meglio, e quindi si mette per la prima volta uno smalto fucsia, cucina dei pancakes, si improvvisa parrucchiera, si fa un giro su youporn e prova anche l’ebbrezza del furto. E alla fine ecco che le occasioni per rinascere prendono forma, i rimedi per un cuore affaticato dall’amore arrivano. Lentamente, ma arrivano. Su una cosa mi ha fatto riflettere questo romanzo di Chiara Gamberale: non sono stati tanto i riempitivi di quei dieci minuti, ma la forza, il coraggio e la costanza della protagonista nel trovare qualcosa di nuovo da fare, e farlo. Perché è l’unico modo per riprendere in mano la vita e ricreare un mondo, secondo le tue regole, le tue lezioni di vita. E, in quei dieci minuti, ad avere finalmente la bacchetta in mano e lo sguardo un po’ da stronza sei solo tu.


  6. Morte dei Marmi – Fabio Genovesi

    settembre 9, 2013 by La Vyrtuosa

    Copertina Morte dei Marmi di Fabio Genovesi

    Se poi per disgrazia viene fuori che a Forte dei Marmi ci hai pure fatto il liceo, allora davvero ti guardano come se gli dicessi che ti sei laureato a Gardaland.

    ***

    Questo non è un paese per vecchi, come diceva un grande romanzo. E nemmeno un paese per poveri, e non è un paese per chi si veste casual. Va a finire che semplicemente non è un paese. 

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    Io mi trovo tanto bene un po’ scostato, possibilmente  fuorimano, e più fuorimano della mia Versilia d’inverno ditemi voi cosa c’è.

    ***

    Mi sono sempre chiesta come sia vivere in una località di mare. Quelle in cui trascorri le vacanze estive, piene di locali sulla spiaggia, di bar aperti 24 ore su 24, di spiagge affollate e mare cristallino. Com’è il mare di inverno? Io non me lo ricordo più. Ma Fabio Genovesi, sì. Lui vive a Forte dei Marmi. Il Forte delle ville acquistate dai russi, il Forte dei negozi di Prada e Ferragamo, il Forte di quelli che parlano al telefono solo per dire: Ciao, come stai? Io sono a Forte dei Marmi, grazie.

    Fabio Genovesi  vive qui, tutto l’anno. Perché, nonostante le grandi metropoli, Milano, Roma, New York, gli eventi e la vita frenetica, ogni persona ha il suo posto, che non è per forza dove sei nato, ma è semplicemente quel posto dove ti senti a posto. Ecco, la Versilia è il posto di Fabio Genovesi. Anche d’inverno. E dire una cosa del genere è abbastanza impegnativo, perché la gente pensa che sia un’altra dimensione, che si vada in giro sempre in costume da bagno e che a scuola si insegnino materie tipo storia dell’abbronzatura, teoria dei gavettoni e cocco bello. Sorpresa: non è così.

    L’estate […] era una lunga fuga a testa bassa da noi stessi e da quel che eravamo. Che poi tanto appena finito agosto la realtà ci saltava addosso, in quel momento straziante che gli altri fanno i bagagli e tornano alle loro vite , e tu invece non ti muovi, non parti, non fai niente di niente. Tu non vai da nessuna parte.

    Vedi arrivare gli altri. Ogni estate. Come un ciclo continuo. E gli altri sono mezzi vip, nuovi ricchi, miliardari russi. Qui la febbre russa ha travolto tutto e tutti: il magnate di turno è in grado di spendere undicimila e trecento euro per una cena (che uno si domanda come sia possibile bere e mangiare per una cifra simile), comprare venti borse di Gucci in una volta sola, materassi intrecciati con fili d’oro e di platino, comprare l’intero paese.

    Ma non c’è solo questo al Forte. Ci sono i ricordi e i posti dell’infanzia. C’è il Pontile da cui guardare i pesci, le meduse, pescare, lasciarsi alle spalle vetrine e lustrini. È il parco giochi della vita di un fortemarmino. Poi ci sono le partite di calcio, il derby contro il Cgc Viareggio, “imperdibile occasione per celebrare il campanilismo più sfrenato, questa nostra tendenza regionale a schifarci e ostacolarci tra vicini di casa, che è provvidenziale perché altrimenti i toscani uniti conquisterebbero il pianeta in due o tre giorni, e allora sai che casino”. C’è la nostalgia, che è il prodotto tipico di Forte dei Marmi, con la perenne sensazione di tornare a quel che è stato e a quel che sei stato. Per questo ci tornano tutti al Forte.

    Morte dei Marmi non è un romanzo, né un saggio. È una piccola dichiarazione d’amore ironica – e a volte amara – verso quel luogo che forse non ti tradirà mai, o forse ti ha già tradito, ma tu l’hai perdonato. E Fabio Genovesi l’ha perdonato.

    [Adesso, scusate, vado anch’io a cercare il mio posto in cui sentirmi a posto]