1. Salone del Libro 2015 e Giunti editore: interviste, libri e selfie con gli Stormtrooper

    maggio 22, 2015 by La Vyrtuosa

    Giunti_Salone del libro 2015

    C’è chi aspetta con ansia il primo appuntamento, chi le ferie, chi la cena a tavola, chi l’arrivo del compleanno (c’è davvero qualcuno sopra i 9 anni che aspetta con ansia l’arrivo del compleanno? No). Io aspetto il Salone del Libro a Torino. Un intero anno passato a ricordare i due giorni di fuoco che mi hanno vista girovagare tra tutti gli stand delle case editrici, con un perfetto calendario di presentazioni incrociate e party notturni che neanche ne Il Grande Gatsby. Così anche quest’anno ho preso parte all’evento che mi riempie il cuore di gioia, ho rivisto in una volta sola amici generalmente sparsi in tutta Italia, conosciuto scrittori e scoperto nuovi titoli di libri da mettere in wishlist. Ma, soprattutto, questa volta sono stata ospite della casa editrice Giunti, che mi ha aperto le porte del suo enorme stand e dato la possibilità di incontrare scrittrici e addetti ai lavori dietro le quinte.

    Salone del Libro 2015_colazione

    Per affrontare meglio la lettura.

    La prima giornata del Salone del Libro 2015 si è aperta  con una brioche al cioccolato, l’hashtag #GiuntialSalTo e la conoscenza – finalmente reale –  di alcune blogger super lettrici e appassionate di storie. In genere, il primo giorno si fanno gli onori di casa, ci si ambienta e si portano le scuole a visitare la fiera. Credo di non aver mai visto così tanti bambini tutti insieme. Le mie perplessità sono state le seguenti: come fanno le maestre a controllarli tutti, metterli in fila per due, sapere quando è ora della merenda ed evitare che sostino nei bagni due ore perché si mettono a giocare con la PSP? Non sono riuscita a scoprirlo, è rimasto tutto un mistero. Però alcuni di questi bambini sono stati presenti all’incontro con Silvia Vecchini, giovane scrittrice che ha pubblicato per la collana Giunti Junior il romanzo Le parole giuste. In uno spazio dedicato ai più piccoli, con tanti libri pieni di storie e disegni, Silvia ha raccontato la storia di Emma, una ragazzina che scopre di essere dislessica. Il pubblico, a proprio agio con le gambe incrociate per terra, ha mollato qualsiasi tipo di videogames e ha ascoltato le parole di Silvia fino alla fine. Ha usato le parole giuste, e io ne ho parlato proprio in questo post.

    Finito l’incontro con Silvia, mi aspetta un altro giro alla ricerca di libri e, vista l’ora, di cibo. Ecco, se il Salone del Libro si chiama così, è perché dobbiamo cercare solo libri. Consigli: fate una colazione abbondante, portatevi qualcosa da casa, venite già mangiati. Ma non sarà di certo una carenza di zuccheri a farmi fare una foto con uno Stormtrooper di Star Wars. La casa editrice Giunti ha davvero una splendida collana dedicata a bambini e ragazzi. Così bella che anche gli adulti possono leggerla. Adulti come la sottoscritta, che è perfettamente in target con le pubblicazioni.

    Stormtrooper_Star Wars_Giunti

    Nel pomeriggio Giunti ci ha fatto conoscere la persona che ogni anno fa arrivare sugli scaffali numerosi titoli di narrativa, soprattutto femminile: l’editor Donatella Minuto. Ci ha raccontato la storia di un libro di successo – 300.000 copie vendute -  come Se chiudo gli occhi di Simona Sparaco. L’autrice, nel suo secondo romanzo, si concentra sul rapporto padre-figlia: i protagonisti sono la trentenne Viola, felicemente sposata e con una figlia, e il padre che ha sempre fatto la vita dell’artista, abbandonandola quando era ancora piccola. I due si ritrovano e decidono di fare un viaggio insieme nelle Marche. Sarà proprio durante questo viaggio che Viola scoprirà davvero chi è suo padre e quanto è ancora forte il legame tra loro. Simona Sparaco ha una scrittura molto forte, ma poetica, è abile nel creare storie parallele che alla fine confluiscono tra le pagine del libro. È il suo punto di forza, e la casa editrice Giunti l’ha capito bene.

    Se chiudo gli occhi_Simona Sparaco_Salone del libro 2015

    Le anatre di Holden sanno dove andare, invece, è il primo libro dell’esordiente Emilia Garuti. Scritto quando aveva 18 anni, il romanzo ci fa entrare nella vita Willelmina, che è alle prese con la scelta dell’università. Non sa dove andare, cosa fare, forse non sa neanche come vestirsi in questo mondo fatto di stereotipi. La giovane autrice riesce a comunicare il disagio esistenziale e lo smarrimento di molti adolescenti – ormai quasi adulti – con ironia e autoironia, utilizzando una scrittura fresca ma mai banale. Anche il titolo fa sorridere, perché persino le anatre di Holden sanno dove andare a svernare, mentre la protagonista è accerchiata da mille dubbi. Se avete letto Il giovane Holden di Salinger, avrete capito benissimo il riferimento alle anatre del laghetto di Central Park. Come racconta Donatella Minuto, nonostante il target sia dai 16-18 anni in su, il libro è piaciuto molto agli adulti, perché siamo di fronte a un’autrice matura, che vuole combattere gli stereotipi e che, nonostante la giovane età, è una grande lettrice e appassionata di cinema.

    Donatella Minuto_Salone del libro 2015_Giunti

    Qui è dove faccio la secchiona.

    Infine, ecco il grande incontro con la direttrice editoriale Beatrice Fini. Una vera e propria chiacchierata sulla storia della Giunti, il mercato editoriale, cosa ci piace leggere. La casa editrice è nata pubblicando libri di saggistica e manuali, c’era solo una collana di narrativa femminile chiamata Astrea, che pubblicava libri di autrici straniere che trattavano della condizione delle donne. Successivamente, Giunti ha cercato un nuovo focus sulla narrativa, pubblicando libri di intrattenimento, che vanno incontro alle esigenze del pubblico femminile: «È importante conoscere le nostre lettrici, i loro gusti, e proporre i libri più adatti, facendo sempre attenzione alla qualità delle pubblicazioni, alla facilità di lettura, ai temi trattati e anche al prezzo. La donna è più trasversale rispetto all’uomo, legge libri di introspezione e non rinuncia alla letteratura di qualità». Ma qual è la chiave giusta per pubblicare un libro che possa essere apprezzato? «Abbiamo pubblicato libri che ci sarebbe piaciuto leggere come semplici lettrici e non come addetti ai lavori. Anche per questo motivo diamo spazio agli esordienti (come Clara Sereni), per portare avanti un lavoro di valorizzazione di autori e autrici». Giunti è molto attenta alle opinioni dei lettori, tanto da coinvolgere le libraie (tutte donne, sì) dei punti vendita in questa osservazione speciale di gusti e giudizi. Inoltre, un ruolo importante è giocato anche dai social network e dai blogger appassionati di lettura: si viene a creare un dialogo diretto grazie al quale è possibile capire meglio cosa vogliono i lettori, cosa vedono all’estero e cosa vorrebbero leggere qui in Italia. «Perché la lettura è intrattenimento, deve essere un piacere, non ha senso leggere determinati autori solo perché va di moda. La rete si rivela essere una vera ancora di salvezza per la lettura».

    Il primo giorno del #SalTo15 termina così, con le belle parole di Beatrice Fini e la speranza di migliorare questo piacere che ci regala ogni volta nuovi stimoli per leggere altri libri e immergersi in nuove storie.

     


  2. Le parole giuste – Incontro con Silvia Vecchini al Salone del Libro 2015

    maggio 21, 2015 by La Vyrtuosa

    Le parole giuste_Silvia Vecchini

    Siamo tutti un po’ dislessici. Capire le cose che ci capitano e trovare le parole giuste è difficile per tutti.  

    ***

    Non sarebbe meglio se le cose ti avvisassero prima di arrivare? Odio le sorprese. Basterebbe un fischio, uno scricchiolìo.

    ***

    «Il mio professore di Lettere diceva: ‘Ogni libro è una porta’. Mi è sempre piaciuta questa frase. L’idea che sfogliando la copertina si aprisse davvero una porta, un mondo. […]«Mi sono iscritta al corso e quando ho finito ho pensato che tutto può essere una porta. Deve essere così. Ciascuno deve avere la sua via d’accesso al mondo, agli altri, un passaggio, stretto, largo, in salita, in discesa, che sia chiuso a doppia mandata o spalancato, ciascuno deve poter trovare il proprio…».

     

    Chissà come sarebbe la mia vita se non riuscissi a leggere o a scrivere. Chissà se sarei in grado di superare la difficoltà di trovarmi di fronte a una pagina piena di parole confuse. Chissà se sarei qui a raccontarvi la storia di una ragazzina dislessica. La storia di Emma, che a 12 anni scopre di avere un problema al quale, fino a quel momento, non aveva saputo dare un nome: dislessia. Con Le parole giuste Silvia Vecchini ci fa entrare in un mondo ancora sconosciuto e sottovalutato, ci prende per mano e ci accompagna lungo un percorso pieno di ostacoli, la maggior parte dei quali difficili da superare, soprattutto in quell’età di crescita e cambiamento in cui devi far parte del gruppo, essere come gli altri.

    Ospite di Giunti editore, in compagnia dell’hashtag #GiuntialSalTo e di altre blogger appassionate di libri, ho avuto il piacere di incontrare l’autrice al Salone del Libro 2015 a Torino durante la presentazione del romanzo davanti a un pubblico di piccoli lettori. Come si fa a parlare di dislessia a dei bambini? Silvia lo ha fatto con naturalezza e semplicità, con la voglia di coinvolgere i bambini in una storia che – a tratti – potrebbe essere la loro storia, o quella di un compagno di classe. Ha spiegato le caratteristiche del problema e quali sono i modi per superarlo. Non è possibile limitarsi a dire “Non gli piace leggere”, è necessario capire i motivi ed eventualmente effettuare degli esami specifici per diagnosticare il disturbo. La dislessia è subdola, il più delle volte non ti accorgi di avere di fronte una persona dislessica fino a quando non te lo dice esplicitamente. A scuola, poi, è facile banalizzarla e non dare peso a certe difficoltà. E non si tratta di difficoltà di apprendimento in sé, perché tutte le persone affette da questa malattia spesso apprendono più e meglio degli altri: anche senza sapere di essere dislessiche, hanno trovato da sole il modo per studiare, leggere, imparare. Chi l’ha detto che l’unico modo per conoscere la realtà siano le parole? Si può pensare anche per immagini, schemi, mappe. E, soprattutto, si può ascoltare. La maggior parte di noi ascolta, sente, ma in realtà dopo cinque minuti ha le parole che entrano in un orecchio, il messaggio di WhatsApp in un occhio e la notifica di Facebook nell’altro. Quindi, no, noi non sappiamo ascoltare davvero. Il ruolo degli insegnanti è fondamentale, sia per aiutare i più piccoli a utilizzare strumenti alternativi come audiolibri, video e pc, sia per infondere fiducia e autostima.

    Lo ammetto, mentre ero in mezzo ai bambini, seduta come loro sul pavimento e con le gambe incrociate, sono rimasta stupita dalla reazione che hanno avuto: tutti attenti a seguire la storia di Emma, interessati, partecipi nel fare domande e cercare di capire chi fosse quella misteriosa coetanea protagonista del libro. Già, chi è?

    Silvia Vecchini_Salone del Libro 2015

    Emma frequenta la seconda media, fa sempre previsioni, cerca risposte nei segni e nella magica palla numero 8 per capire come andrà a finire, e legge tutto quello che non è sotto forma di lettere come fondi di caffè, di cioccolata, ciocche dei capelli girate a destra o a sinistra, righe delle mattonelle da pestare o non pestare, persiane chiuse o aperte. E poi si diverte a trovare nomi, soprannomi, titoli e sottotitoli: “È la mia rivincita sulle parole che a scuola non mi escono di bocca”. La vita a scuola, infatti, non è per niente facile: leggere è un problema, è faticoso, di conseguenza studiare ed essere interrogata si trasforma in un incubo. In più, deve fare i conti con la malattia del padre, il quale aspetta da tempo un trapianto del rene, e con le poche amiche che si dileguano come spesso succede quando qualcuno non si rivela essere la tua copia perfetta. Un giorno Emma scopre di essere finita nel gruppo di RPS, Recupero Potenziamento Sostegno. Se prima si sentiva stupida, adesso ne ha la certezza. Qui conosce Alessandra, la giovane e bizzarra insegnante che le spiega cosa le sta succedendo:

    «La lettura per te non è automatica. Tu non vedi le lettere come dovresti, alcune sono rovesciate, sdoppiate e tu, leggendo, devi compensare. […] Per chi è dislessico la pagina è un muro da scalare. È dura anche trovare il rigo per andare a capo, leggere gli articoli e pure gli spazi bianchi tra parola e parola danno un sacco di problemi…».

    Da questo momento, insieme all’aiuto di Alessandra, di un piccolo amore appena sbocciato e di un immenso coraggio, inizia una nuova fase per Emma, un nuovo capitolo di un’esistenza da affrontare con maggiore consapevolezza, forza di volontà e impegno, leggendo finalmente il mondo con le parole giuste, gli strumenti giusti e le persone giuste al proprio fianco. Superando così gli ostacoli e trasformando la vita in un viaggio meraviglioso.

    Le parole giuste_Silvia Vecchini_Giunti editore


  3. Fare i poser al parco con lo Zenfone 2

    maggio 14, 2015 by La Vyrtuosa

    Voi a cosa pensate quando si parla di foto? A me vengono subito in mente i selfie che devo ancora fare davanti agli specchi di mezzo mondo e il profilo instagram di Ipathia. Per quanto riguarda i primi, credo di avere un archivio sul pc che vanta almeno 2.850 autoscatti post corsa, con le amichette, sola a casa, nei peggiori bagni di Caracas. Per quanto riguarda il secondo punto, invece, niente da dichiarare: Ipathia dà una pista a tutti.

    La mia relazione con la fotocamera dello Zenfone 2 di Asus, però, non è fatta solo di selfie, che comunque restano basilari. Avendo una fotocamera da 13MP e una lente con apertura f/2.0, posso fare delle panoramiche ampie fino a 140°. Anche quando mi sparo le pose con il telefono in orizzontale, prendo la tutta la vastità dell’universo alle mie spalle. Poi se non mi piace o mi accorgo che quella dietro si sta sistemando accuratamente il perizoma, posso ritagliare con estrema minuzia, come neanche Giovanni Muciaccia in Art Attack, e non mostrarvi certe tragedie intime. Il più delle volte, lascio tutto come sta perché mi piace quello che mi circonda, soprattutto quando faccio le foto al parco. Ecco, il parco è uno dei miei posti preferiti: ci vado per leggere, per fare la pausa pranzo, per staccare un po’ dalle vie piene di auto e per fare foto a qualche piccolo angolo di verde in città. Adesso vi dico quali sono i miei parchi preferiti a Milano:

    Parco Sempione: perfetto per mangiare in pausa pranzo, correre e guardare quelli che giocano a basket. Soprattutto guardare quelli che giocano a basket.

    Parco delle Cave: ogni volta che ci vado,  mi piace passeggiare per ore, prendere il sole stesa sull’erba e gridare “Guarda, le papere!”.

    Parco di Trenno: ideale nei momenti di pura tamarraggine, quando vuoi sentire le canzoni di Fedez (mettere un nome a caso di rapper milanese) o l’odore di carne arrosto by chicos latinos. Ma soprattutto è il mio preferito perché posso giocare a beach volley con gente sconosciuta, proprio come faccio in estate giù da me.

    Parco Solari: bello, ma non ci vivrei.

    Margherite

    Jpeg

    Parco Sempione

    In questi parchi fotografo di tutto e mi sparo selfie da paura grazie alla fotocamera frontale dello Zenfone, caratterizzata da 5MP con obiettivo grandangolare da 85 gradi. Non so se mi spiego. Selfie che escono perfettamente anche quando il telefono è in modalità Luce Bassa: la tecnologia Pixel Master permette di regolare la dimensione dei pixel e aumenta fino a 4 volte la sensibilità alla luce e fino a 2 volte il contrasto. Inoltre, la modalità Super HDR elabora in automatico luminosità e contrasto di diversi scatti e li fonde in un’unica immagine. Vi ricordate i miei 2.850 selfie? Adesso so come pubblicarne uno decente senza stare ore a scegliere il migliore. O a cancellarli tutti, perché sembro la figlia di cugino Itt.

    Jpeg

    Una cosa che mi ha colpito della fotocamera dello Zenfone 2 è Zero Shutter Lag, con il quale si riesce a catturare una foto senza alcun ritardo: quello che vedete, poi resta fisso nell’immagine. E se vi viene da dire “ma chi è quel mostro?”, beh, adesso sapete a chi NON dare la colpa.

    Jpeg

    E a voi, dove piace fare i poser? Quali sono i parchi belli delle vostre città in cui fotografare fiori, oche e altre cosine bucoliche?

    Info di servizio: anche Luca Argentero ed Elisabetta Canalis  amano farsi fotografie a manetta. E loro se lo possono permettere. Hanno pure messo all’asta il loro Zenfone 2 pieno di selfie e video: chi se li aggiudicherà, avrà la possibilità di scoprire da vicino se anche alla Canalis escono i brufoli in fase premestruale e se Argentero è fico pure al mattino con gli occhi di sonno (io dico di sì).

    Ecco i link per partecipare all’asta sul sito Charitystars:

    Zenfone 2 di Luca Argentero

    Zenfone 2 di Elisabetta Canalis

    Il ricavato della vendita sarà devoluto in beneficenza, aiutando molti animali abbandonati oppure sostenendo 1 Caffé Onlus, associazione fondata da Luca Argentero. Avete tempo fino al 18 maggio, quindi DAJE.


  4. Grandi ZenMotion se ci fosse ancora Pet Society

    maggio 13, 2015 by La Vyrtuosa

    Nonostante passi 3/4 della mia giornata attaccata al telefono, non sono una che sta ore davanti ai giochini. Se devo giocare come si deve, ho bisogno di una console e, possibilmente, di Call of Duty. Ma non è stato sempre così. C’è stato un tempo in cui studiavo, andavo all’università e giocavo a Pet Society. Ve lo ricordate Pet Society? Io stavo buttata là sopra non ore, ma giornate intere, con tanto di account fake su Facebook per poter comprare più roba possibile, fare gli scambi, partecipare alle aste, mandare regali agli animaletti amichetti e, soprattutto, FARE SOLDI. L’obiettivo del gioco – e delle mie giornate – era proprio raccogliere più monete possibili da spendere in vestiti, accessori, mobili per la casa, parrucche di ogni forma e colore. Il mio alter ego pelosetto si chiamava Skunk (aveva gli occhi di un verde intenso, mettiamola così), ovviamente era una femmina, e io cercavo di non farle mai mancare nulla. Le cambiavo arredamento ogni settimana, passando dallo stile shabby chic a quello minimal tutto nero, una settimana aveva il parquet in camera, quella dopo zompettava su piastrelle di cristallo. Un giorno la vestivo da punkabbestia, poi le mettevo la parrucca bionda, il vestitino nero e le perle perché riceveva tante visite di cortesia. Forse con quel nome poteva destare sospetti, ma nei sacchetti trasparenti aveva solo i semi per far crescere nel suo immenso giardino alberi di mele, fiori a forma di cuoricini (grandi soddisfazioni i negozietti nel periodo di San Valentino) e piante di caramelle. Giuro, piante di caramelle. La vita dovrebbe essere proprio come quella di Pet Society, con il baratto come forma di sussistenza e i bagni arredati meglio del mio monolocale.

    Pet Society

    Però l’hanno chiuso, fine dei giochi. Spero ci sia un paradiso per tutte quelle povere bestiole che pulivo e strofinavo con tanta forza per vedere comparire le monetine che mi avrebbero permesso di comprare una nuova borsetta da abbinare ai sandaletti color malva. Sì, Skunk era proprio il mio alter ego. E questa doppia vita ce l’avevo solo tra le mura di casa, perché a Pet Society si giocava dal PC. Pensa se avessi avuto l’app sullo smartphone. Come minimo non mi sarei laureata. E pensa se ci avessi giocato sullo Zenfone 2, con quel display da 5.5 pollici e la tecnologia TruVivid che mi avrebbe fatto capire subito che la parete del salone necessitava di un altro quadro e che su quella mensola vicino al frigo ci voleva una boccia coi pesci rossi. Però, in compenso, con lo Zenfone gioco a Criminal Case e Trivial. E, pensate, lavoro anche! Il tempo da dedicare ai giochini e alle app è poco, quindi Asus ha pensato bene di ottimizzare le ore della nostra giornata, già cariche di impegni  quali bere tanta acqua, fare almeno 30 minuti di camminata e dormire 8 (ahahahah) ore a notte. Grazie alla nuova interfaccia utente Asus ZenUI è possibile accedere subito alle app più utilizzate. Basta con questa storia di digitare codici alfanumerici per sbloccare il telefono, ché tanto ci metto 20 anni perché sbaglio sempre e poi aspetta, cerca l’app, ma dov’è, l’ho cancellata, spostata, messa in una cartella invisibile a me e al mondo che mi circonda. Con ZenMotion posso interagire con il telefono attraverso un semplice gesto delle dita: tipo che disegno una C sullo schermo e si attiva subito la fotocamera, oppure faccio una W e si apre il browser. Ovviamente, è possibile personalizzare e associare una lettera all’app preferita. Se ci fosse stato ancora Pet Society, sarebbe stata quella la mia app preferita (sì, ok, anche Instagram, ma Pet Society di più).  Il prossimo passo sarà interagire con la forza del pensiero. Sono sicura che Asus ce la farà.

    Tutto questo brulicare di applicazioni, poi, è al sicuro con Trend Micro Security, l’antivirus integrato: la casetta della mia Skunk non avrebbe temuto un attacco alieno e la sua collezione di maschere di Halloween sarebbe stata sempre al sicuro.

    Zenfone 2

    Sul telefono ho scoperto una cosa che si chiama SnapView, che è in grado di separare lavoro e vita privata, creando due diversi profili di accesso per app, foto e file di ogni tipo. Ve l’avevo detto che i miei profili fake avrebbero avuto un senso: avrei potuto mandarmi i pacchi regalo senza sloggarmi ogni volta. No, ma dico, ho la tecnologia che mi viene incontro in tutti i modi e io non posso sfruttarla al meglio per le mie operazioni di shopping selvaggio nel mondo dei piccy sempre belli e profumati. Non sempre, a volte avevano le mosche intorno a causa della scarsa igiene. Ricordate anche questo?

    Comunque, è giunto il momento di partecipare attivamente ai problem che l’esistenza mi mette davanti : io ho un telefono che mi permette di fare tantissime cose in poco tempo. Se non ci credete, guardate questo video che vi mostra tutte le amenità dello Zenfone 2. Adesso uscitemi un’app decente che mi faccia rimpiangere pure l’ora che dedico alla pausa pranzo. Oppure fate tornare al più presto il sindaco di Pet Society. È il popolo della rete che ve lo chiede.

    Il sindaco di Pet Society


  5. Momenti di trascurabile infelicità – Francesco Piccolo

    aprile 27, 2015 by La Vyrtuosa

    Momenti di trascurabile infelicità_Francesco Piccolo

    Quando una bambina, ancora troppo inconsapevole (secondo me) della complessità della vita, si avvicinò a mia figlia a un campo scuola e indicandomi le disse: ma quello è tuo nonno? Ma non tanto questo, quanto l’entusiasmo incontenibile di mia figlia.

    ***

    Sei su whatsapp, vedi che l’altro “sta scrivendo”, ti sta rispondendo, aspetti, e non arriva niente. Ci ha ripensato.

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    Quella volta che lei mi ha detto: io posso immaginare di vivere senza te, tu non puoi immaginare di vivere senza me. 

    ***

    Quando mio figlio dice: papà, ma stai sempre davanti al computer! Mi dispiace molto. Non perché lui si sente trascurato, ma perché a quel punto devo per forza spegnere il computer. Almeno per un po’. 

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    Ognuno di noi è fatto di un equilibrio finissimo di tutte le cose, belle e brutte. E ho imparato che – come per i bastoncini dello shangai – se tirassi via la cosa che meno mi piace della persona che amo, se ne verrebbe via anche quella che mi piace di più.

    ***

    Alla fine ho ceduto al libro di Francesco Piccolo. Più che al libro in sé, ho ceduto al titolo: Momenti di trascurabile infelicità. Chi mi conosce sa che sono in grado di raggiungere livelli di pessimismo che in confronto Leopardi e i poeti crepuscolari mi avrebbero spicciato casa. Ho letto questo libro in un momento in cui l’infelicità non era per nulla trascurabile, anzi, e leggiucchiare le piccole mestizie quotidiane di Piccolo mi ha strappato un sorriso. Anche perché alcune coincidono con le mie, solo che io ne ho molte di più. E forse anche Piccolo ne ha molte di più, ma a una certa il signor Einaudi gli ha detto: «Vabbè, Checco, facciamo che ci fermiamo qui, il resto te lo tieni per te, o lo scrivi sul diario segreto». Immagino che essere chiamato Checco sia un’altra trascurabile infelicità per lo scrittore, e per questo mi sento in dovere di porgere le mie più umili scuse.

    A parte le citazioni che vi ho scritto in alto, ce n’è una che merita un’attenzione particolare:

    Faccio un regalo. Dico: se non ti piace lo puoi cambiare. Mi risponde: ma che dici, mi piace tantissimo, è proprio il colore che preferisco, come hai fatto a indovinare? E il giorno dopo va a cambiarlo. 

    Ecco, a me succede più o meno la stessa cosa nella vita. Dico: se non ti piaccio, possiamo chiuderla qui e frequentare altra gente. Mi risponde: ma che dici, mi piaci tantissimo, sei la donna della mia vita, come potrei vivere senza di te? E il giorno dopo mi lascia con un messaggio su whatsapp.

    Adesso, premettendo che non mi è mai successo così come l’ho descritta, nel senso che almeno se devono mollarmi, me lo dicono in faccia, la mia vita è piena di episodi del genere. Perché la gente non dice subito cosa non le va bene? Si vergogna? Ha paura? Inconsciamente sa che sta per fare una cazzata, ma alla fine la fa lo stesso, senza pensare alle conseguenze? Perché prima dice una cosa e poi agisce in modo del tutto contrario?

    Io vorrei che i problemi si potessero risolvere insieme, che le infelicità di entrambe le parti – perché anche dire “mi fa schifo questo colore”, provoca un certo disagio, a dirla tutta – si potessero incontrare e annullare reciprocamente, altrimenti facciamo come dico io, e tu stai lì zitto e buono. Ho una doppia natura: democratica e nazista allo stesso tempo. Bello, no?

    Poi alla fine non si risolve mai la questione, la vita non ci viene incontro, l’infelicità ci assale, e assistiamo con desolazione a gente che va, gente che torna, gente che forse era meglio il colore che mi avevi preso tu. Eh.

    Credo che il concetto sia abbastanza chiaro, quindi adesso procediamo spediti verso le mie irrinunciabili afflizioni.

    1. Quando in spiaggia passo 20 minuti a sistemare l’asciugamano e, dopo averlo steso perfettamente, passa il cretino di turno che lo ricopre di sabbia. E io di nuovo mi alzo, sbatto l’asciugamano, lo stendo, ecc. ecc. Poi mi domando perché non abbia preso un lettino.

    2. Vado al ristorante, scelgo un piatto che sembra buonissimo, chiedo se ci sia del pomodoro e se sia possibile averne uno senza. Non è mai possibile. Fanculo le allergie.

    3. Ho mal di testa, mal di denti, contratture, dolori ovunque. E quella se ne esce con i rimedi omeopatici. Io di naturale prendo solo l’acqua, capiamoci.

    4. Finisco di lavorare, mi sloggo da qualsiasi social network, chiudo le 42 schede di chrome, salvo il salvabile, comprese le ultime vite umane, spengo il pc, prendo la giacca e saluto tutti. Niente, arriva da fare una modifica urgentissima subito ASAP mortacciloro. E allora tolgo la giacca, apro il pc, mi loggo nuovamente ovunque e smadonno. Poi faccio la modifica richiesta.

    5. Leggere libri che poi non mi piacciono. Finirli e inizarne altri che sono ancora peggio. Ultimamente sta succedendo spesso, forse non sono più in grado di selezionare, o forse state solo scrivendo libri indecenti.

    6. Programmare una corsa dopo il lavoro, con tanto di outfit mentale e chilometraggio da raggiungere in tot tempo. La playlist è pronta, sono carichissima. Esco dall’ufficio e inizia a diluviare. E sono pure senza ombrello.

    7. Pomeriggio da Zara per rinnovo mensile dell’armadio. Quante cose fighe che sono uscite, vado a provare questi 265 capi che renderebbero Cara Delevingne fiera di tutti gli accostamenti possibili ai quali ho pensato tra un reparto e l’altro. Entro nel camerino, e almeno 10 vestiti su 9 mi fanno sembrare pronta per partorire la cucciolata del secolo. E non è mai colpa dello specchio.

    8. “Mi piaceva di più l’altro profumo”.

    9. Finalmente mi ha invitata a uscire e mi passa pure a prendere in macchina. Salgo, e dopo un paio di secondi mette Vasco. Variante: salgo a casa sua e nella libreria ci sono libri di Baricco, Paulo Coelho e Come smettere di fumare se sai come farlo. Resto single a vita, non ci sono problemi, davvero.

    10. Piangere guardando Grey’s Anatomy. Piangere tantissimo.

    11. Quando mi dicono “che spesa triste”. E io, invece, avevo preso tutte le cosine che mi piacciono.

    12. Oggi il mio piano editoriale prevede la pubblicazione di un selfie su Instagram. Passo un’ora a scegliere il filtro giusto, ma non lo trovo, non so decidermi, non c’è. Realizzare che non è che non ci sia il filtro giusto, è che sono proprio venuta di merda nella foto.

    Avrei tante e tante altre mestizie da raccontarvi, però il mio editore mi ha appena detto che può bastare così. Altrimenti c’è sempre il diario segreto.


  6. Datemi uno Zenfone, una playlist anni 90, e mi farete felice

    aprile 24, 2015 by La Vyrtuosa

    musica

    A volte mi domando come facciate a camminare per strada senza musica nelle orecchie. O a lavorare senza il supporto di un paio di auricolari che vi sparino giri di chitarra a tutto volume. Per non parlare di quando correte ascoltando solo il suono del vostro affanno respiro e dei vostri passi sull’asfalto. E i clacson delle auto. E i discorsi delle due sciure davanti che fanno 3 minuti di corsa e 20 di chiacchierata. Ok, ammetto di essere famosa per un utilizzo sfrenato di auricolari, ma non sempre ci faccio passare la musica: volume a zero e ricezione massima dei discorsi degli adolescenti sono il mio pane quotidiano, nonché grandissima fonte d’ispirazione per il lavoro e per la vita, in generale. Io mi sento sempre una di loro: 30 anni fuori e 16 dentro.

    Nonostante ciò, dopo aver ascoltato per 15 minuti quanto è stronza quella di matematica, quale sia l’ultimo oggetto leccato da Miley Cyrus e quante sfumature di suono possa avere un limone duro all’interno di un tram (c’è una bella acustica nei tram, io ci farei dei concerti), rimetto il volume al massimo e addio. Perché è tutto bellissimo, i rumori della città, le risate dei bambini, lo zampettare di qua e di là per raggiungere almeno quota 10 km, ché se no Runtastic ti manda la notifica “Questa settimana hai fatto solo 2 attività, non meriti di stare al mondo”,  i litigi tra innamorati, gli uccellini che cinguettano nel parco, ma io preferisco i No Fun At All nelle orecchie. Sempre. Evidentemente sono una brutta persona, ma almeno ascolto della musica fichissima. E con lo Zenfone 2 di Asus , non solo ascolto musica fichissima, ma la ascolto anche meglio, perché c’è il sistema SonicMaster che rende i suoni super puliti e definiti. Anche quando mi sparo i bassi di Night (Cut the crap) di Etienne de Crécy. Ve l’avevo detto che ascoltavo musica fichissima, no?

    Tra l’altro, la riproduzione dei brani è pazzesca anche senza auricolari: io amo ascoltare la musica con le cuffiette, però mentre sto facendo la doccia o mettendo il fard non sono proprio il massimo della comodità. Quindi, vado di altoparlanti integrati e di balsamo per capelli. Sì, sono di quelle che si portano il cellulare anche in bagno. Tipo che mi faccio la doccia e metto la playlist Capodanno anni 90 a tutto volume. L’acqua scorre, e le note tamarre pure. Una cosa che mi rende molto felice è poter capire subito che brano ci sia nell’aria, senza dubitare tra King of my castle e Let a boy cry. È inutile fare le facce schifate, le ascoltavate anche voi nella vostra cameretta piena di poster.

    E, comunque, quando mi porto lo Zenfone in bagno, appoggiandolo sulla superficie più stabile di tutte come il barattolo di crema corpo idratante-vellutante-riducente-assorbituttoilgrassodelmondoamen, riconosco tutti i 208 brani della playlist a primo colpo, perché il suono arriva forte e chiaro, non si sente nessun fruscio e il volume messo al massimo mi rende pienamente soddisfatta della mia ineccepibile cultura musicale. Immaginatemi così, con i capelli pieni di schiuma a cantare la dance più bella della storia della dance e a non scivolare nella doccia del mio mini-monolocale.

    Inoltre, a meno che il cellulare non sia già ai minimi storici in fatto di batteria, come già detto qui, potete stare tranquilli e prepararvi senza il rischio di non avere il giusto sottofondo musicale. La batteria dello Zenfone non si scarica neanche dopo aver ascoltato l’intera discografia di Marilyn Manson. Una vera gioia per la mia vicina di casa.

    Giulia De Filippo zenfone asus